mercoledì 22 giugno 2016

I SOGNI DI DON BOSCO di Giuseppe Novellino

     
- Dài, Albe, tagliamo la corda.
     - Così non possiamo più tornare per il gioco degli scudi.
     - E chi se ne frega!
     - Dovrei stare in giro fino alle sette, perché i miei genitori mi aspettano solo per quell’ora.
     - Ce ne andiamo al solito posto, al fresco. - Batté una mano sul taschino posteriore dei jeans. - Ci facciamo una fumatina in santa pace. Ho rimediato quattro Alfa senza filtro.
     Il posticino al fresco era una macchia di noccioli e robinie, tra due campi di granoturco, presso il cimitero: luogo davvero desiderabile, in quel caldo pomeriggio estivo.
     Alberto scosse il capo, ma con una smorfia di approvazione. La proposta aveva un suo senso, non c’era che dire.
     - Okay, Dodo.
     Erano in un angolo appartato, lungo la recinzione dell’oratorio. Daniele, detto Dodo, indicò il punto, seminascosto da cespi di ortiche e di cicorie selvatiche, dove la rete poteva essere rialzata, tanto da far passare un ragazzino. Vi si avvicinarono, ma in quel momento udirono la voce di don Livio.
     - Avete intenzione di svignarvela, eh!
     Presi in flagrante.
     Il chierico si avvicinò a loro. Teneva le mani sui fianchi, ostentando un atteggiamento severo. L’abito talare era un po’ corto e lasciava vedere gli scarponcini impolverati. Uno aveva anteriormente la suola scucita.
     - Eppure penso che vi faccia bene pregare un po’, come tutti gli altri. Io avrei potuto non accorgermi della vostra fuga. Ma Nostro Signore vi vede; a lui non potete sfuggire.
     Alberto chinò la testa, mortificato. Dodo invece tentò di giustificarsi. - Siamo venuti qui a parlare un po’.
     - Appoggiandovi alla rete, vero? - disse il religioso. - Proprio nel punto dove è rotta e si può facilmente attraversare.
     - Noi non avevamo intenzione… - disse Alberto, diventando rosso per la bugia.
     Ma don Livio lo interruppe. - Potete prender in giro me, ma non la vostra coscienza. - Incrociò le bracca sul petto. - Dato che anche l’altro ieri non c’eravate alle preghiere, vi ho tenuti d’occhio.  Riguardo due ragazzi come voi che si appartano in questo modo, delle due l’una: o hanno qualche brutta intenzione o semplicemente vogliono evitare di andare in chiesa.
 
      C’era un bel fresco lì dentro. Questo almeno era il lato positivo. Le mura erano antiche. La vecchia chiesa di San Rocco risaliva al quindicesimo secolo. Non era un granché, perché si trattava di una costruzione minore senza pretese artistiche e architettoniche, ma aveva tutte le carte in regola per accogliere nel modo migliore i fedeli che dovevano pregare d’inverno come d’estate.
     Alberto era seduto nel primo banco, in mezzo ai ragazzi delle elementari. Dodo, invece, era tre banchi più indietro. Così li aveva sistemati don Livio, separandoli come di dovere.
     - Innanzitutto proviamo il canto per la messa di domenica. - Fece una panoramica su quei settanta ragazzi seduti nella penombra. - Mancano solo due giorni. Lo sappiamo abbastanza bene, ma dobbiamo farlo entrare bene in zucca. - Tamburellò con l’indice sulla tempia.
     Era da lunedì che provavano quel canto. Una solfa. E una tortura per il povero Alberto. Lui era completamente stonato, nel senso che non riusciva a prendere una nota che fosse una. Sentiva la musica, certo, e gli piaceva anche, tuttavia non era assolutamente capace di cantare. Alle elementari, la maestra si era rassegnata. Ma non era il caso di don Livio, lì all’oratorio. Per lui non era possibile che qualcuno stonasse. Sotto la sua direzione, i ragazzi dovevano usare le loro ugole al meglio, per la gloria del Signore. Il più delle volte Alberto faceva finta di cantare, muovendo solamente la bocca; ma dove si trovava adesso, nel primo banco, la finzione sarebbe stata subito smascherata. Ve be’, avrebbe subito gli strali del giovane chierico.
     Che vennero puntuali.
     - Qui c’è qualcuno che stona. Cantino solo quelli della prima fila, qui davanti a me. Silenzio gli altri.
     Riprovarono.
     - Mi sa che sei tu, Poncelli.
     Alberto abbassò il capo.
     - Cantami la prima frase.
     Lui sollevò lo sguardo, consapevole di avere la faccia di un cane bastonato. – Io…
     - Sì, tu - disse perentorio don Livio.
     Brusio.
     - Silenzio! - fece il religioso. - Adesso ascoltiamo Alberto Poncelli.
     No, non poteva cantare. La sua voce era diventata tabù anche per le sue stesse orecchie. D’altronde non gli sarebbe capitato nulla. Non era a scuola. Don Livio aveva solo il potere di infliggergli punizioni da oratorio, come per esempio privarlo della merenda che veniva distribuita dopo la mezzora trascorsa in chiesa, oppure non farlo partecipare al gioco degli scudi. Chinò di nuovo il capo, labbra cucite.
     - Bene, o meglio, mica tanto - riprese il chierico con aria accigliata.- Ricominciamo.
     - Secondo te, era proprio un sogno di Don Bosco?
     - Non l’ha specificato - rispose Daniele. - Mah, penso di sì.
     - Anche secondo me lo era - intervenne Claudio, un ragazzino dai folti capelli rossi e la faccia lentigginosa. - Mi piacciono un casino, i sogni di Don Bosco. E poi, come li racconta…
     - Già - convenne Daniele, - sembra di essere al cinema. Dopotutto è l’unico motivo per andare in chiesa a dire le preghiere.
     - E a cantare - disse Claudio candidamente, ammiccando ad Alberto.
     Sbocconcellavano la veneziana stantia che era stata da poco distribuita. Non c’era stata punizione. In qualche modo la cosa l’aveva meravigliato. Ma, a pensarci bene, forse l’ammonizione era insita nel racconto di quel sogno. L’aveva impressionato.
     Ignorò la frecciatina di Claudio e si ficcò in bocca l’ultimo pezzetto di veneziana.
     - Dài, siamo nella stessa squadra - li incitò Claudio. – Andiamo a prendere gli scudi.
     - Eppure non mi convince - borbottò Daniele. - Quel sogno, dico.
     - Fregatene. Andiamo! - lo strattonò Daniele.
     Erano sudati, ansanti, un po’ abbacchiati per la sconfitta.
     Alberto Poncelli e Daniele, detto Dodo, si sedettero sotto l’ippocastano che rendeva meno squallido il fondo del campetto di calcio, dove un alto muro di calcestruzzo, come quello di un carcere, divideva l’oratorio dalla via adiacente. Intanto due squadre di ragazzi, evidentemente non stanchi del gioco precedente, avevano improvvisato una partita a pallone, arbitrata da un giovane educatore laico.
     - Io ho messo a segno cinque colpi - disse Daniele. - E sono rimasto in gara fino all’ultimo. Non mi hanno colpito… So maneggiare bene lo scudo. A te, invece, t’hanno beccato… ma solo negli ultimi minuti. Ti sei difeso bene.
     Alberto non fece commenti. Stava con lo sguardo a terra, le gambe raccolte sotto il mento.
     - Ti brucia la sconfitta, Albe? - domandò Daniele dopo un lungo silenzio.
     L’altro scosse il capo.
     - E allora che hai?
     Non rispose. Raccolse un sassolino e lo lanciò verso il campo da calcio, da cui veniva il vociare dei giocatori.
    - Non dirmi che è ancora per quella storia del canto.
    - Non è per quello.
     - E allora cosa…
     - Il sogno che ci ha raccontato don Livio.
     - Embè?
     - Ma non ti sei accorto?
     - Di che cosa?
     - Che era dedicato a noi… a noi due.
     Daniele esplose in una risata. - Già, un po’ l’ho pensato anch’io, a un certo punto. Ma chi se ne frega.
     Lo aveva raccontato molto bene. Don Livio, d’altra parte, aveva recitato diverse volte su un palcoscenico, soprattutto nella casa salesiana di Arese, da dove proveniva. Lo aveva confidato ai ragazzi di San Rocco e diceva che dal prossimo inverno avrebbe messo su una piccola compagnia filodrammatica dell’oratorio.
     - Non penso che sia un sogno, anzi penso che l’abbia inventato al momento.
     Daniele gli dedicò una smorfia di scetticismo. - Comunque sembrava proprio un sogno di Don Bosco.
     - Certo, lo stile era quello. Don Livio le sa, le cose, ed è bravo a raccontare. La storiella gli sarà venuta in mente in quei dieci minuti prima di andare in chiesa, dopo che ci ha impedito di fare la fuga.
     - Dici?
     - Dico. E la cosa mi conforta.
     - Ti dà sollievo il fatto che l’abbia inventata per l’occasione?
     - Sì.
     - Beh, sai che a ripensarci non hai tutti i torti - ammise Daniele. - L’idea che lui o Don Bosco avessero sognato quella situazione mi fa venire un po’ i brividi.
     - Invece, se se l’è inventata, intendeva spaventarci a mente lucida, perché ci guardassimo bene, la prossima volta, dal marinare la preghiera.
     Daniele scoppiò in una risata. - Già, ma io mi tengo sempre da parte quelle quattro sigarette da fumarci al solito posto. Lui può tenerci d’occhio fin che vuole, ma non può essere dappertutto. - Fece l’occhiolino all’amico. – A noi la preghiera non va, tutti i giorni, non è vero Albe?
     - Certo, Dodo, il prete non può essere dappertutto. Per questo ha voluto metterci in guardia con quella storiella.
     La quale storiella faceva davvero venire i brividi.
     Alberto rivedeva la scena nella penombra della chiesa. Il giovane religioso parlava con la sua voce calda e accattivante. Non si sentiva volare una mosca. Quei settanta, tra ragazzetti e bambini, erano seduti nei banchi, immobili e rigidi come statue.
     E don Livio aveva dimostrato come l’autore del sogno (lui stesso, un sacerdote qualsiasi, Don Bosco?) fosse angustiato per quei due ragazzi (naturalmente anonimi) che se ne stavano sempre soli, appartati. Più passava il tempo, più essi sfuggivano ad ogni relazione e ad ogni controllo. Mentre gli altri giocavano allegramente in gruppo, loro due rimanevano in disparte e per passare il tempo cavavano dalle loro tasche rospi, lucertole e bisce schifose. Il sacerdote cercava di richiamarli, di invitarli a integrarsi con gli altri. Ma loro nulla, anzi sghignazzavano con delle facce che sembravano musi di maiali. Poi veniva il momento di andare in chiesa a pregare. Il prete li scongiurava di seguirli. Ma niente da fare. Invece di avviarsi verso la chiesa, nella quale tutti gli altri stavano entrando, i due ragazzi si dirigevano dalla parte opposta. E allora si materializzava una porta, massiccia, illuminata da una strana luce rossastra. Poi si aprivano lentamente i battenti che lasciavano intravvedere lo svolgimento di un banchetto, anzi un baccanale che doveva essere molto divertente. I due si avviavano verso la porta, mentre il prete gridava, scongiurandoli di non entrare. Ma loro varcavano la soglia di buon grado e la porta si richiudeva alle loro spalle. E questa, prima di scomparire, diventava rossa e poi veniva divorata dalle fiamme.
     Alberto si alzò in piedi, con uno scatto.
     - Te ne vai?
     - Sì, Dodo, vado a chiedere a don Livio se ha veramente fatto quel sogno o se se l’è inventato al momento.
     - O se è di Don Bosco. Perché, sai… mi sembra proprio di quello stile.
     - E in tal caso farei una brutta figura. È questo che vuoi dire?
     - Certo, gli faresti capire che hai la coscienza sporca - fece Daniele con acume.
     Alberto stette un momento pensieroso. Invidiava Daniele perché non era problematico, era istintivo, amante della trasgressione. Proprio uno che se ne fregava. All’amico non veniva in mente di contestare, nemmeno di chiedere spiegazioni. Prendeva la vita così, come veniva, e se ne faceva un baffo di tutti quegli insegnamenti oratoriani. Eppure non era cattivo. E naturalmente esercitava su di lui un certo fascino. Sì lui, Alberto, si sentiva attirato dal compagno proprio perché lo compensava nei suoi tormenti e nelle sue paure. Poi disse:
     - Vado a bere un po’ d’acqua.
     L’altro si alzò a sua volta. - Vengo anch’io.
      - Forse hai ragione - borbottò Alberto, dando un calcio a un rametto secco di ippocastano. - La cosa è destinata a rimanere un mistero.
      Un grido: - La porta! Non entrate nella porta!
      Alberto si girò di scatto, rimanendo per un attimo impietrito.
      - Che c’è? - fece Daniele.
      - Niente.
      Nel campetto, stavano tirando una punizione. E l’arbitro, l’educatore laico, aveva gridato a due calciatori che avevano superato la linea di demarcazione fra i due pali, mettendosi quasi alle spalle del portiere.
     

    

venerdì 10 giugno 2016

QUANDO MORÌ LA MOGLIE DI CARLO MAGNO di Tommaso Di Brango

Un giorno Ildegarda, moglie di Carlo Magno, fu presa da un improvviso attacco di tosse. Sulle prime tutti, compresi i medici di corte, pensarono ad un raffreddamento passeggero, tanto che in effetti la consorte del sovrano prese anche a soffrire di raffreddore, e così nessuno si preoccupò più di tanto. Solo che poi, col passare del tempo, quei colpi di tosse e quel raffreddore si trasformarono in febbre, la febbre si trasformò in spossatezza e la spossatezza si trasformò in incapacità di muoversi.
Re Carlo seguì l’agonia dell’amata compagna con preoccupazione. Cercò in tutti i modi di capire cosa stesse accadendo, interrogò più e più volte i medici di corte e, visto che le loro diagnosi si mostravano ogni volta inadatte, ne chiamò altri, rivolgendosi infine anche a streghe e fattucchiere. Ma a nulla servirono i suoi sforzi ed un giorno, mentre i primi raggi del sole estivo colpivano il letto in cui l’amata Ildegarda giaceva, vide la sua compagna di vita spegnersi in silenzio.
Com’era normale che fosse, Re Carlo rimase molto scosso dall’avvenimento, e quelli che hanno assistito all’accaduto raccontano che non sembrava nemmeno più la stessa persona. Certo, la folta capigliatura scura del sovrano, attraversata da qualche non più piccola luce bianca, continuò ad accompagnare gli occhi chiari e la barba. E certo, le spalle del monarca continuarono ad essere quelle che avevano sostenuto mille e mille battaglie, costruendo un Impero che ambiva a replicare i fasti dell’antica Roma. Ma, nonostante tutto questo, era il piglio, il portamento, il modo di presentarsi di Re Carlo che non era più quello di una volta.
Si dice, anzi, che stesse sempre chiuso nella stanza in cui era venuta a mancare Ildegarda, che avesse preteso di tenere il suo corpo lì dentro, chiuso in una bara di cristallo, e che avesse imposto ai servitori di tenere sempre serrate finestre e tende della stanza, così da rimanere sempre al buio. Che cosa si aspettasse da un simile comportamento non è dato sapere: quel che è certo è che stava sempre al capezzale della moglie morta, assorto in lacrime e preghiere, come se quelle lacrime e quelle preghiere potessero avere la forza di riportarla in vita. E quest’andazzo durò per mesi, tanto che l’amministrazione dell’immenso Impero di Re Carlo passò, di fatto, nelle mani dei funzionari, e quando giunsero gli invasori dal Catai fu compito del maggiordomo di corte organizzare l’esercito.
Naturalmente il regno ed anche la guerra, senza il sovrano che aveva sconfitto i longobardi, non potevano essere la stessa cosa, ed alla fine dell’anno i guerrieri dagli occhi a mandorla erano arrivati ad assediare Parigi senza che Re Carlo, i cui occhi erano persi nel buio della camera da letto regale, ne sapesse nulla. Ma d’un tratto, un mattino, accadde una cosa imprevista. Un servitore di corte, infatti, nel fare le pulizie della stanza – cosa molto difficile, visto che doveva spostare ragnatele che non poteva vedere e togliere polvere di cui riusciva appena ad intuire l’esistenza – spostò inavvertitamente una tenda, ed un raggio di sole cadde sulla bara di cristallo in cui era rinchiusa Ildegarda. Così, per un attimo, l’occhio di Re Carlo non ebbe di fronte a sé il buio, ma l’immagine di quel che la sua amata compagna era nel frattempo diventata. E sulle prime il sovrano rimproverò il servitore, intimandogli con forza di fare più attenzione nei movimenti. Ma poco dopo, fermandosi e tornando alle sue lacrime ed alle sue preghiere, fu colto da un dubbio.
Era ancora sua moglie quella che il raggio di sole attirato inavvertitamente dal servitore gli aveva fatto vedere? Lui ricordava che Ildegarda aveva un volto geometrico, tondeggiante ma non rotondo, che sembrava essere uscito dal pennello di un pittore. E ricordava che le sue mani erano piccole e affusolate, fatte apposta per essere accarezzate e sorrette dalle sue, che invece erano grandi e slanciate. E ricordava anche che i capelli di Ildegarda erano mori e lunghi, e cadevano lisci sulle spalle dando al suo viso l’immagine che ha quello delle Madonnine nei santuari. C’era ancora qualcosa di tutto questo, in quel che aveva appena visto?
La luce del sole gli aveva fatto vedere che quei capelli non c’erano più, ed al posto del viso di luna di Ildegarda era rimasto un teschio nel quale non si agitavano nemmeno più – dal momento che avevano ormai finito di consumare tutte le risorse disponibili – animali d’ogni sorta. E poi le mani: quelle si erano ridotte ad un mucchietto d’ossa nemmeno troppo legate tra loro, incapaci di ricevere e di comunicare l’amore che un tempo avevano saputo trasmettere.
Re Carlo rimase per un po’ a pensare a tutte queste cose. Poi, d’un tratto, si alzò. Uscì dalla camera da letto, giunse a corte e chiese che il corpo di Ildegarda venisse trasferito nel cimitero di famiglia, nella tomba dove anche lui, al momento del trapasso, avrebbe voluto esser posto. Preso atto, poi, della disgraziata situazione militare del suo Impero, ringraziò il maggiordomo di corte per gli sforzi profusi, lo sollevò dall’incarico di comandante militare e si mise a guidare personalmente le sue truppe. Nel giro di tre mesi gli invasori del Catai tornarono in Oriente, giurando che non avrebbero mai più messo piede nelle terre di Re Carlo. Quest’ultimo, da parte sua, indisse una grande festa per celebrare la cacciata degli aggressori, e mentre la gente suonava, ballava e banchettava sotto i suoi occhi, ripensò ad un passo del Libro secondo di Samuele, in cui Davide, re degli ebrei, «danzava con tutte le sue forze davanti al Signore». Ma rimase solo un ricordo, a cui Re Carlo non diede alcun seguito.

venerdì 3 giugno 2016

ICARO di Peppe Murro

Era felice di essersi svegliato… allungò la mano e sentì la sua. Si voltò sul fianco, il bagliore morbido della luna disegnava nel buio le curve del suo corpo nudo. Lei dormiva, col lenzuolo appena impigliato sulle caviglie, a pancia in giù, una gamba leggermente piegata; guardò il suo viso disteso.
Avrebbe voluto carezzarla, appoggiarsi di nuovo al calore di quel corpo, ma temette di svegliarla…restò in silenzio ad osservare i giochi del chiarore e del respiro. Sentiva dentro una gioia indescrivibile, si sarebbe messo ad urlare per la felicità: erano insieme… insieme…!
Per quanto tempo aveva sognato e desiderato quel momento, quanto ne aveva patito l’assenza ! mio dio, com’è bella… fu la sola cosa che riuscì a pensare la prima volta che la vide. E tornò a pensarla ogni giorno, a coccolare progetti, a desiderare…non gli importava la distanza degli anni, non gli pesava la sua vecchiaia. Sognava di parlare con lei, di sfiorarle le mani, di abbracciarla…sognava di raccontarle le sue paure e i suoi sogni, sognava di farsi carezzare. E tornava stranamente un vecchio fuoco, una passione incontrollabile che per la prima volta non gli appariva oscena… forse così è l’amore, forse questo miracolo ridisegna i margini della vita: non era vecchio, non gli pesava.
E aveva custodito dentro di sé questo sogno, se l’era coccolato, talvolta aveva anche cercato di dirsi che era impossibile, ma lo proteggeva come proteggeva la vita di lei, facendo anche il clown ogni volta che la vedeva triste: forse era il suo sorriso di gioventù che lo incantava, forse il suo sguardo al cui fondo intravvedeva la sua stessa malinconia.
Ed ora, per un miracolo inatteso e sconosciuto erano lì, insieme, nello stesso letto, dentro la stessa notte… non riusciva a credere che fosse vero, ma il suo corpo nudo gli testimoniava la verità.
Non gli interessava neppure di saperlo, chiuse gli occhi più forte, come a non volersi risvegliare, se era un sogno.
Era così pieno di gioia che non riuscì a frenare la sua carezza… allungò la mano per sfiorare i suoi fianchi, benedisse il buio e il chiarore della luna, benedisse il suo sonno.
Pregustandone il calore, poggiò la mano dove i fianchi si incurvavano lievemente.
Fu allora che si risvegliò.
Non si vergognò dell’amore che aveva generato il sogno, ma, come un secondo Icaro, si sentì sconfitto, e perso, e ridicolo, come un vecchio che si innamora…. ridicolo fino a piangerne…               

venerdì 27 maggio 2016

L’IRRUENTE GAUGUIN di Paolo Secondini

  

   Arles, 1888.  
   L’oste era un uomo sulla sessantina, basso, tarchiato, dalle sopracciglia cespugliose, dalla testa calva e rotonda come una palla da biliardo. Se ne stava con aria imbronciata dietro il bancone di zinco a osservare i pochi avventori che, seduti ai tavoli, bevevano vino o liquori. In particolare egli scrutava un tipo robusto dai capelli castani, dal naso grosso e aquilino, con davanti una bottiglia di assenzio quasi vuota.
   L’oste era in ansia. Ripensava all’ultima volta in cui quel tipo, il pittore Paul Gauguin, ubriaco fradicio, aveva buttato all’aria, come una furia scatenata, gran parte del locale. Soltanto in parecchi e con molta fatica si era riusciti a bloccarlo, a renderlo inoffensivo prima che procurasse altri danni.
   Ma ora, a osservarlo con attenzione, non pareva che fosse ubriaco né tanto meno agitato; sembrava piuttosto immerso in pensieri i quali, a giudicare dall’espressione crucciata del viso, non dovevano essere lieti.
   Dalla strada antistante al locale giunse d’un tratto un rumore di passi, in quel freddo ma chiaro mattino invernale. L’oste volse rapidamente la testa a sinistra, verso l’ingresso del proprio locale, e vide per qualche momento la scarna figura di un uomo che ben conosceva. Si trattava dell’olandese – come tutti chiamavano ad Arles Vincent Van Gogh –, la cui barba e i capelli rossicci erano inconfondibili, come pure i suoi abiti sporchi e sdruciti: sempre gli stessi, ogni giorno della settimana.
   L’oste lo vide passare curvo in avanti, con in mano una valigetta sporca di colori, sotto il braccio una tela e in testa un cappello marrone a larghe tese. Si girò a guardare Gauguin.
   «Monsieur?» chiamò con voce squillante. «Proprio adesso è passato Van Gogh, il vostro carissimo amico. Portava con sé l’occorrente per dipingere.» Fece una pausa, attendendo una risposta che non venne. Poi, dopo essersi un poco schiarito la gola: «Non lo raggiungete, monsieur?»
   I gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani, Gauguin rimase in silenzio, le mascelle leggermente serrate.
   «Ma che cosa gli prende talvolta al vostro amico?» l’oste soggiunse. «Ha un carattere molto irascibile. Litiga spesso con tutti qui dentro, come se tutti gli dessero fastidio. Eppure nessuno parla con lui, né gli rivolge il saluto… Forse è proprio per questo che monta subito in bestia. È un tipo davvero bizzarro, lunatico. Ho l’impressione che Van Gogh non sia una persona normale o, comunque, molto equilibrata… Badate, monsieur, non è mia intenzione di offenderlo né, tanto meno, mancargli di rispetto.»
   Gauguin continuò a non rispondere, né a muovere un muscolo del corpo. L’oste, imperterrito, riprese:
   «E quella sua strana pittura piena di colori! Fanno male alla vista solo a guardarli. Gialli, verdi, rossi, azzurri… Le tele ne sono stracolme: sembrano quasi non sopportare il loro peso. Credo ne sprechi un bel po’, il vostro amico. Cosa ne dite, monsieur? Siete pittore anche voi… Io penso che l’olandese sciupi soltanto tempo e denaro. Con quello che costa la vita, poi! Dipinge, dipinge, e mai nessuno che compri un suo quadro. Fossi in lui cercherei un lavoro più redditizio, se ha voglia di campare…»
   Lo scatto improvviso di Gauguin interruppe quel soliloquio. Come una molla si alzò dalla sedia, scagliando la bottiglia che aveva davanti contro una parete del locale. I frammenti di vetro, tintinnando, si sparsero ovunque sul pavimento.
   Dopo un sobbalzo, gli avventori rimasero fermi, allibiti, trattenendo il respiro e temendo il peggio. Con quel tipo c’era da attendersi di tutto. 
   A passi veloci Gauguin si accostò al bancone. Vi poggiò sopra le mani ringhiando come una belva inferocita e sbuffando dalle narici con veemenza.
   L’oste si ritrasse, visibilmente impaurito. Ma trascorso qualche secondo, si fece avanti di nuovo e, serrando con forza le mascelle, sostenne, senza battere ciglia, lo sguardo dell’altro.
   «Accidenti a voi!» esclamò poco dopo con voce roca. «Vi ha dato di volta il cervello, per caso? Si può sapere che cosa vi prende?»
   «Vorrei che chiudeste quella dannata boccaccia,» disse Gauguin fuori dai denti. «State riempiendo il locale di idiozie, che nessuno ha voglia di ascoltare. In più state insultando il mio amico Vincent Van Gogh, che è un grande artista. Ve lo dico io!» Tacque, respirando con affanno, poi, dopo una specie di ruggito, riprese: «Che sapete voi di uomini e pittura? Cosa conoscete oltre al vino contraffatto che servite ai vostri clienti? Avete mai provato, nella vostra vita, la disperazione più nera? Siete forse vissuto di stenti e privazioni o solo come un cane, senza affetti, senza una casa, abbandonato da tutti? Avete patito per qualche ideale o per l’arte, che dà spasimi più di qualsiasi cosa?» Batté con violenza un pugno sul piano del bancone, che risuonò sordamente. «Allora,» ringhiò, «volete rispondere o devo strapparvi con le mani le parole dalla gola?»
   «Vi prego… calmatevi,» fece l’oste con esile voce. «Non volevo insultare nessuno.»
   «Già, non volevate! E intanto vi siete permesso di offendere Van Gogh, l’uomo più buono e più generoso che conosca. Meritereste che vi chiudessi la bocca a furia di pugni. Ma in questo momento non ho tempo da perdere, né voglia di sporcarmi le mani con voi.» 
   «Ma perché vi scaldate, monsieur?» gridò l’oste sentendosi punto sul vivo. «Non avete anche voi, talvolta, offeso l’olandese? Vi ho sentito, sapete? Proprio qui, in questo locale. Eravate seduto con esattezza a quel tavolo presso la finestra,» e indicò con la mano. «Lo avete afferrato per il bavero, strattonato, minacciato perfino di morte, dopo averlo più volte schiaffeggiato. Urlavate come un ossesso e chiunque, pur non volendo ascoltare quello che dicevate, ha sentito ogni cosa, soprattutto le vostre contumelie.»
   Gauguin serrò le mascelle poi, dopo avere sbuffato dalle narici, rispose:
   «Quando si è amico di qualcuno, si ha diritto di fare e di dire quel che si vuole. Voi non siete amico di nessuno, tanto meno di monsieur Van Gogh. Non avete diritto di sparlare né di sputare sentenze su di lui. Pensate ai vostri maledetti affari, che vi premono più di qualsiasi cosa.» Strinse con forza le mascelle quindi, con grande disprezzo: «Siete soltanto un vigliacco, un individuo miserabile.»
   D’istinto l’oste alzò i pugni e contrasse con rabbia i muscoli del viso. Fu sul punto di colpire Gauguin ma, vedendolo aprire rapidamente la giacca e mostrare un lungo coltello infilato nella cintura, desistette da ogni proposito bellicoso. Con quel tipo si poteva restare feriti in modo serio, se non uccisi, soprattutto adesso che era terribilmente infuriato. 
   Stettero fermi a fissarsi per qualche momento, come fermi erano i pochi avventori nel locale, che sembravano pietrificati ai loro tavoli. Non si udiva un rumore, tranne il respiro affannoso dei due.
   A poco a poco la tensione si allentò e gli animi si placarono.
   Paul Gauguin emise un lungo sospiro poi, nervosamente, si frugò nelle tasche in cerca di denaro.
   L’oste ne seguì i gesti con attenzione e, alla fine:
   «Lasciate stare,» disse. «L’assenzio che avete bevuto è gratis. Offre la casa.»
   «Non voglio niente da voi,» rispose l’altro frugandosi ancora nelle tasche. Ma ben presto dovette rinunciare a quell’impresa e, in modo stizzoso: «Vi pagherò, statene certo. Vi pagherò fino all’ultimo centesimo. Non adesso, magari, ma vi pagherò… Paul Gauguin ha sempre saldato ogni debito.»
   Si allontanò dal bancone e tornò al suo tavolo. Si chinò, raccattò da terra una grossa cartella contenente fogli da disegno. Dalla spalliera della sedia prese un berretto di lana: se lo calcò sulla testa. A passi lenti, senza salutare nessuno, si avviò verso la porta del locale.
   «Vi pagherò, statene certo,» disse ancora all’oste mentre passava davanti al bancone. «Vi darò il denaro che vi spetta. Preferirei morire di fame e di sete, piuttosto che avere qualcosa da voi.»
   Uscì all’aria aperta. Dall’interno del locale, lo si udì sputare rumorosamente.
   «Artisti!» l’oste esclamò con disprezzo, mentre con un panno lucidava freneticamente il piano del bancone. «Artisti!» disse ancora. «Scansafatiche e morti di fame! Ecco cosa sono… Matti da legare! E uno peggiore dell’altro. Non hanno rispetto per niente e nessuno. Bisognerebbe legarli e rinchiuderli in prigione.» Fece una pausa, poi, scuotendo la testa, riprese: «Credono di conoscere tutto, di sapere qualsiasi cosa della vita, di avere sofferto tutte le sventure e le miserie, come se gli altri navigassero nell’agio.»
   Dopo qualche secondo di silenzio.
   «Ehi, Gérard,» gridò all’oste un anziano avventore seduto a un tavolo. «Perché permetti a questi tipacci di entrare qui dentro e comportarsi come se fossero i padroni? Non dovresti, lo sai? D’ora in avanti buttali fuori senza riguardi, non appena varcano l’uscio del tuo locale. Noialtri abbiamo il diritto di starcene in pace, senza che nessuno ci disturbi. Ti paghiamo profumatamente, mi pare.» Bevve un sorso di vino dal bicchiere che aveva nella mano, quindi, in tono pacato: «Ma ora non ci pensare… Portami ancora un litro di quello rosso. Ma mi raccomando: che non sia contraffatto, sporco imbroglione.»

martedì 24 maggio 2016

ARECHETA di Francesco Bisesti

Parola magica, sconosciuta eppure odorosa, e tale è rimasta per lungo tempo nel mio linguaggio: sconosciuta, estranea e inassociabile al sapore e al profumo, pure a me ben noti, dell’origano sulle alici in tortiera, sulla carne alla pizzaiola o, meglio ancora, sulla pizza alla marinara.
Dolce visione onirica quella che vivo ancor oggi, più e più volte, nella quale si riaffacciano le immagini, gli odori buoni e quelli cattivi, i suoni e i rumori della mia città e del mio quartiere al suo risveglio.
Verso la metà degli anni sessanta, ma anche ben oltre fino a quando non fu poi soppiantata da un negozio moderno che a dire il vero stona ancora oggi nel contesto del vicolo, all’angolo tra via San Giovanni Maggiore Pignatelli e via Benedetto Croce - conosciuta ai più con l’appellativo di Spaccanapoli - c’era una bottega la cui grossa insegna in ferro, sul lato di Via San Giovanni Maggiore, scriveva a caratteri cubitali in bianco “Arecheta”. Lo sfondo, un tempo di colore blu, si era poi annerito nel corso dei decenni e appariva semplicemente scuro all’occhio dei passanti più distratti. L’altra insegna, come ovvio, si affacciava invece su Via Croce ma, di questa, non mi ero mai curato.
In realtà quella bottega era una via di mezzo tra un negozio e un deposito, dove quello che si percepiva di certo era che vi si vendeva il carbone, sicuramente destinato ad alimentare in massima parte i forni delle numerose pizzerie della zona ma anche, in misura minore, per finire arso in un braciere riposto sotto il tavolo del pranzo nelle abitazioni più povere a riscaldare, nelle fredde sere d’inverno, almeno i piedi e le gambe dei commensali durante la cena.
La polvere nera aveva scurito non solo le pareti interne ma perfino la pavimentazione stradale antistante ai due ingressi.
Dunque la parola Arecheta, rispetto a quello che appariva essere il principale oggetto dell’attività, ancora una volta non sembrava avesse in alcun modo attinenza con quest’ultima.
Altro articolo oggetto del commercio, ma ben più nobile, era l’olio venduto presumibilmente in lattine dopo laboriose, e piuttosto unte, operazioni di travaso che avevano contribuito nel tempo a stratificare la fuliggine facendola indelebilmente attecchire per ogni dove. Un dettaglio dei principali prodotti offerti dalla ditta era comunque esposto in una sorta di locandina in ferro, sempre su sfondo blu e con le scritte in bianco, che dava mostra di sé lateralmente a ciascuno dei due ingressi alla bottega. E, anche qui, “l’arecheta” era in primissimo piano.
Dalla strada si vedeva troneggiare al centro del locale una grossa bilancia Berkel, un tempo di colore rosso ma poi anch’essa assuefattasi alla polvere di carbone, mentre tutt’intorno regnava un caos di sacchi, di scatoloni e, solo in qualche angolo, s’intravedevano sul fondo dei piccoli scaffali che ospitavano, probabilmente, le lattine d’olio appena confezionate.
Per andare un po’ più indietro nei secoli, ma più avanti sul finire del ventesimo, si potrebbe dire che antenata di quella bottega, questa volta priva di insegna, poteva sicuramente esser quella di Gasperino carbonaro nel film di Alberto Sordi “Il Marchese del Grillo” uscito quasi vent’anni dopo.
Dopo il primo anno delle medie, trascorso presso la scuola Francesco Torraca sulla collina del Vomero, percorrevo ogni mattina quella strada per recarmi al Michelangelo Schipa a Salita Pontecorvo, più su di piazza Dante in direzione di Montesanto e poi, più in avanti, per frequentare il ginnasio del Liceo Antonio Genovesi di piazza del Gesù Nuovo la cui sezione staccata, ove fui iscritto nel biennio che appunto precedeva il liceo, aveva sede invece in via Benedetto Croce all’interno di un palazzo appena sulla destra dell’incrocio con via San Giovanni Maggiore Pignatelli.
Ebbene alla mia sinistra, prima di uscire dal mio vicolo, puntualmente ogni mattina si riproponeva il solito interrogativo sul significato di quell’insegna e di quella magica scritta: “Arecheta”.
In casa mi era proibito di parlare il dialetto napoletano e conseguentemente anche i miei genitori usavano, ma forse solo in mia presenza, rivolgersi a me sfoggiando un rigoroso italiano appena inquinato dall’inflessione e dall’inconfondibile cadenza tipica di chi, nato a Napoli, si traduce nelle esse morbide e trascinate come fossero sci, sce o in vocali liberamente aperte. Dunque di arecheta non avevo mai sentito parlare in vita mia e questa parola, che non faceva parte del mio vocabolario, rimase per un bel po’ a me del tutto sconosciuta.
Il suo profumo, lo scopersi dopo, lo conoscevo invece profondamente per quante erano le volte che, passando davanti alla pizzeria Lombardi a Santa Chiara, rallentavo volutamente la mia andatura per annusare gli odori che da questa emanavano. Don Luigi sfornava margherite e marinare fin dal primo mattino e, da un banchetto esterno al locale che custodiva ben calde le mini pizze da asporto, richiamava a voce alta l'attenzione dei passanti e, come per ossequiarli, si rivolgeva loro con titoli di ogni specie: “ingegnere”, “dottore”, “commendatore”, “cavaliere”.
Cento lire per una pizza. A me don Luigi aveva affibbiato il titolo di avvocato: me lo son portato dietro per anni, e ogni qualvolta passavo titubante, da un lato contando le monetine che avevo in tasca e dall’altro rivolto ad “assaporare" col mio olfatto gli aromi dell’origano sulla pizza, mi salutava urlando: “avvoca’ accattateve n‘a pizza” (avvocato compratevi una pizza)!  Ma finiva sempre che i miei soldi non bastavano e allora tiravo dritto.
Quello però era il profumo della spezia che conoscevo, mentre l’arecheta costituiva ormai il mio interrogativo quotidiano.
Inutile provare a chiederne il significato o la traduzione a qualche amico, mio coetaneo dodicenne, ne avrei provato vergogna e fu così che, forse, mi decisi a girare la domanda alla maggiore delle mie cugine, che fu poi mia seconda maestra nello studio dell’odioso calcolo matematico.
La sua fu una risposta quasi seccata come del tipo: “ma come che cos’è l’arecheta? è l’origano”!
Qualche anno dopo, da studente liceale, la risposta tra l’altro l’avrei anche trovata da solo quando piuttosto che girare a destra per recarmi in Via Benedetto Croce alla sezione del ginnasio dovetti invece dirigermi sul lato opposto verso piazza del Gesù. L’insegna dopo l’incrocio, da me mai osservata prima, scriveva a grossi caratteri "Origano".
Miracolo! E mentre provavo grande soddisfazione nel ricevere quella conferma, rimuginavo sulle lamentele che i miei professori dovevano certamente rivolgere a mia madre quando s’interessava del mio profitto: “E’ un giovane intelligente, ma è troppo distratto”! 
 

mercoledì 18 maggio 2016

NOSFERATU di Giuseppe Novellino

 
Nel Campo della Rimembranza si poteva giocare, ma con qualche precauzione. Bisognava guardarsi dal vigile urbano che quasi sempre aveva qualcosa da ridire sul comportamento dei ragazzini. Quell’area verde, infatti, non era destinata al libero divertimento.
Tuttavia i giovanissimi non riuscivano a trattenersi. Per loro le siepi, il manto ghiaioso, i muretti, i quattro pini e i due cedri rappresentavano un invito a rincorrersi, ad arrampicarsi e a saltare. Soprattutto la chiesetta commemorativa, che occupava quasi tutto il lato orientale dell’area, esercitava su di loro una forte attrazione. Due cancelli laterali con lo scudo e tre lance incrociate (uno dei quali quasi sempre aperto) immettevano in una specie di cortiletto retrostante, pieno di sterpi e cespugli incolti. Quel luogo recondito era una vera tentazione, se non altro perché dagli addetti comunali veniva considerato zona off limits. Ma la cosa che più incuriosiva era l’accesso a un seminterrato il cui perimetro coincideva con quello della costruzione.
Elisabetta e Lorenzo erano seduti sui gradini davanti al portale di bronzo che immetteva nella cappella. Con loro c’era anche un ragazzetto un po’ più grande, di nome Fabio.
- Sapete chi è Nosferatu? – domandò quest’ultimo.
- Nosfe… Chi? – fece Lorenzo. Il nome non gli suonava del tutto estraneo. L’aveva già sentito. – Ah, sì – aggiunse subito, -  alla televisione… Anche tu, Elisabetta?
La bambina scrollò le spalle, il viso imbronciato.
- Nosferatu è una creatura delle tenebre – disse Fabio con enfasi. – Se ne sta al buio e, quando meno te l’aspetti, ti salta addosso e ti succhia il sangue.
Lorenzo fece una risatina nervosa. – Ah, ecco… un vampiro. Ma i vampiri sono solo nei film, anche in quelli che si vedono alla tele.
- Non è il caso di Nosferatu – sentenziò il ragazzo più grande. - Quello esiste veramente. Lo possiamo trovare anche qui. – Esitò un momento, accentuando l’espressione di arcano. – Forse anche nel sotterraneo di questa chiesetta.
La bambina aveva raccolto le gambette nude e teneva i ginocchi contro il mento. Adesso sembrava intimidita. Da oltre il muro, che separava il Campo della Rimembranza dal collegio di Santa Croce, arrivò, portato dalla brezza, un odore di minestrone. Un clacson cominciò a suonare in modo insistente: era di una Topolino, ferma accanto al marciapiede. Il proprietario teneva la portiera aperta e premeva nervosamente il mozzo del volante per chiamare qualcuno.
- Tu le spari un po’ grosse – disse Lorenzo.
Fabio sputò lontano. – Scommettiamo?
- Ma cosa vuoi scommettere! – cercò di tagliar corto Lorenzo.
- Voglio andare a casa – disse Elisabetta. – Manca poco alla cena.
Il sole non era ancora tramontato. La bella sera di maggio offriva ancora uno scampolo di luce.
- Dì piuttosto che hai paura – buttò lì Fabio, lanciando a Lorenzo un’occhiata di traverso.
- Paura di cosa?
- Di andare nel sotterraneo della chiesa e attraversarlo tutto.
- Per vedere se incontro Nosferatu?
- Non si sa mai.
Elisabetta balzò in piedi. – Io vado a casa. Non mi piacciono questi discorsi.
A Lorenzo, invece, in un certo senso piacevano. Era abbastanza attirato dai misteri e anche dalle sfide.
- E tu – disse dopo un momento di silenzio, - non hai paura? Di andare nel sotterraneo, dico.
L’altro stette un po’ a pensare, poi rispose: - Di andare nel sotterraneo no, ma di Nosferatu sì.
- Ma fammi il piacere!
- Lo so che potrebbe non esserci… ma non è detto. Nosferatu amerebbe un posto come quello. Lo sai che cosa ci sta dentro la chiesa? Le ossa dei caduti.
- Lo so. Ma che c’entra?
- C’entra, c’entra! Te lo dico io.
- Io vado – disse Elisabetta. – Mi fate paura. – Saltò tre gradini della scalinata e atterrò sulla ghiaia.
- Okay – fece Lorenzo. – Dì alla mamma che arrivo presto anch’io.
- La tua sorellina è proprio una fifona – commentò Fabio.
- Lei non c’è mai andata nel sotterraneo. Non è un posto per le bambine di sette anni.
- Ma nemmeno per quelli di nove – disse Fabio, alludendo a Lorenzo.
Quest’ultimo si alzò in piedi lentamente. – Bene, ti sfido.
- Chi, tu?
- Sì, io.
Il ragazzetto più grande, di anni ne aveva undici. Secondo Lorenzo, era uno sbruffone e amava spararle grosse per impressionare i più piccoli, che poi disprezzava senza pietà.
- Io sono pronto ad attraversare tutto il sotterraneo – disse Lorenzo -  e non ho paura di questo Nosferatu. - Ebbe l’impressione che il compagno più vecchio fosse impallidito. Ma forse era la luce languida del sole morente.
- Tu sei pazzo! – disse Fabio.
- No, mi sa che sei tu il fifone.
- Ehi, dico… - fece quello alzandosi in piedi.
Lorenzo aveva la netta sensazione di tenerlo in pugno. Gli era balenata l’idea che poteva in qualche modo umiliarlo. Delle due l’una: o quello avrebbe fatto una brutta figura, rinunciando all’impresa, oppure sarebbe stato sbugiardato circa le sue frottole su Nosferatu.
- Forza, allora, andiamo nel sotterraneo – fu la sfida di Lorenzo.

C’era stato solo un paio di volte. Invece Fabio, a suo dire, vi si era infilato spesso, e con grande coraggio.
Effettivamente il luogo era tetro. Un cancelletto cigolante immetteva in una stanza fiocamente rischiarata da una feritoia. Poi si passava in un’area completamente buia e da questa in un terzo locale che presentava lo stesso tenue chiarore del primo, prodotto da un’apertura analoga e simmetrica. Il primo vano era sotto il lato sud del tempietto, il terzo sotto il lato nord, il centrale (quello cieco) in corrispondenza dell’altare. L’inquietudine di un eventuale visitatore era prodotta dal locale di mezzo. Lorenzo ricordava di averlo attraversato una volta, di corsa, e di avere provato un vero terrore.
Scesero i tre gradini infestati dagli sterpi e spalancarono il cancelletto in ferro battuto.
- Vai avanti tu? – fece Lorenzo.
- Certo, fifone.
Dentro si respirava un’aria umida e stantia che sapeva di polvere e di muschio.
Lorenzo si sentiva calmo e stranamente coraggioso. Forse era la voglia di sfidare quell’arrogante cacciaballe, sempre pronto a spaventare i più piccoli.
- Andiamo insieme… o uno alla volta? – domandò. Prima che il compagno aprisse la bocca, Lorenzo intuì la risposta.
- Insieme.
Fabio se la faceva sotto, era evidente. Di tutta la sua spavalderia era rimasto ben poco.
Si accostarono a quella specie di porta priva di battenti, che immetteva nella camera più buia. Si intravedeva il debole chiarore provocato dall’altra feritoia che inondava con la sua scarsa luce il terzo locale.
- Fino in fondo, allora… e ritorno – propose Lorenzo.
- S…sì – disse Fabio con voce incerta. Poi, con più forza: - Andiamo!
Erano sulla soglia, sull’orlo dell’antro buio. In quelle tenebre poteva celarsi di tutto.
Qualcosa si piazzò davanti alla feritoia, là in fondo, oscurandola. Poi si udì una specie di grugnito e una fiammella si accese, che illuminò un volto, fluttuante nell’oscurità.
- Aaah! – urlò Fabio.
- Nosferatu – uscì dalla bocca di Lorenzo.
Fu un attimo di paralisi, poi i due ragazzi si precipitarono verso la porticina d’accesso, salirono i tre gradini spintonandosi, attraversarono l’incolta vegetazione e raggiunsero il cancello grande. Corsero sulla ghiaia del parco fino al marciapiede che correva lungo uno dei suoi lati.
- Che fate, ragazzi? – Era la voce di un vigile che passava in quel momento in bicicletta.
Ansavano ed erano bianchi per lo spavento.
Lorenzo stava per dire qualcosa, indicando la chiesetta, ma Fabio gli diede una gomitata. Tacque. Non poteva dire al vigile che erano scesi nell’interrato.
- Avete in mente qualche diavoleria, eh? – disse ancora l’agente. – Su, andate a casa che i vostri genitori vi aspettano per la cena.
Il sole era tramontato, l’aria s’era fatta più fresca. Pochi veicoli transitavano nella via.
Dopo che il vigile se ne fu andato, i due rimasero a lungo in silenzio. Lo ruppe Lorenzo:
- Chi c’era là sotto?
- Nosferatu – rispose Fabio con voce rotta. Poi, acquistando più sicurezza, aggiunse: - Che ti dicevo? Avevo ragione, sì o no?
Ma Lorenzo non lo stava ascoltando. Allungò un braccio in direzione del cancello che immetteva nel retro del tempietto. – Guarda!
Stava uscendo un uomo, con una giacchetta informe e i calzoni rattoppati. Sulla testa portava un cappellaccio a larghe tese che doveva essere sudicio e unto. Si guardava intorno con sguardo furtivo. Poi accostò il cancello dietro di sé. In bocca teneva un mezzo sigaro e con quello mandava nuvole di fumo azzurrognolo tutt’intorno al viso ricoperto da una barba ispida e rossiccia.
- Ma è Tonio, il mendicante di Albosaggia! – gridò Fabio con una note isterica.
- Già, Tonio. Si è ficcato là sotto forse per farsi un pisolino in solitudine. – Dedicò uno sguardo al compagno. – Altro che Nosferatu!
- Ma allora, la sua faccia…
- In quel momento si era illuminata perché aveva acceso il toscano – fu il realistico commento di Lorenzo.
L’uomo si era accorto della loro presenza. Fece un gestaccio come per mandarli a quel paese. Poi sistemò la sacca sulle spalle e si avviò con passo pesante sulla ghiaia del Parco della Rimembranza.

 

 

giovedì 12 maggio 2016

IL MESSO COMUNALE di Paolo Secondini

Primavera 1960.
Era, don Berto, un vecchio macilento, di media statura e curvo su se stesso. Indossava un abito grigio piuttosto consunto e un cappello di feltro a larghe tese, grigio pur esso.
Camminava appoggiandosi a un bastone, che gli dava quasi l’aria di un signore – come lui in fondo amava apparire –, benché fosse povero e di umili origini.
Lo si credeva, in paese, un messo comunale: in realtà si recava, di sua iniziativa, di casa in casa, a informare la gente degli avvisi che ognuno avrebbe potuto leggere sui manifesti affissi nelle strade. Non pretendeva compensi per questa mansione, ma un bicchiere di vino, allorché gli era offerto – e questo accadeva sovente –, non lo rifiutava: lo si capiva dal naso perennemente rosso nel volto pallido e sottile.
Almeno due volte a settimana don Berto veniva a casa nostra.
Venne anche quel giorno.
Non appena la mamma dischiuse la porta d’ingresso, il vecchio si diresse speditamente verso la cucina: ormai conosceva la strada. Si accomodò su una sedia, dopo essersi tolto il cappello e averlo poggiato, assieme al bastone, sul tavolo.
Da una cartella egli trasse, con fare lento e aria di importanza, alcuni fogli che, per qualche momento, si rigirò tra le mani, guardò uno per uno, lesse soltanto con gli occhi, muovendo il capo velocemente da destra a sinistra e viceversa.
«Ah, ecco!» disse alla fine. «Si tratta di questo… Se permettete, signora, vi riassumo il contenuto in poche parole… Dal tredici al quindici giugno il vostro quartiere, per delle riparazioni a una conduttura, resterà senz’acqua. Il Comune consiglia i cittadini di farsene buona provvista per quel periodo.»
Seguì un momento di silenzio, poi:
«Dal tredici al quindici giugno, avete detto?» chiese la mamma.
Il vecchio guardò il foglio che ancora stringeva tra le dita.
«Proprio così, signora… dal tredici al quindici di giugno.»
«Ma di questo ero al corrente. Mi avete informata voi stesso due giorni or sono. Non ricordate?»
«Possibile?!»
«Ma certo, don Berto! Sapevo perfettamente che l’acqua mancherà dal tredici al quindici di questo mese.»
Il vecchio prese a grattarsi freneticamente tra i radi capelli; fissò la mamma per un istante; infine assunse un’espressione desolata.
«Se è così,» disse, allargando le braccia, «mi dispiace di avervi disturbata. Sono mortificato, cara signora. Cosa volete, alla mia età…»
«Quando avete un avviso da comunicare,» lo interruppe la mamma, «fareste bene a segnarvi su un foglio o un taccuino le case in cui vi recate. In questo modo eviterete di visitare la stessa due volte, come appunto è accaduto.»
Don Berto annuì; sollevò leggermente le spalle; si schiarì la voce.
«Avete ragione,» ammise. «Il vostro è davvero un buon consiglio… Vi chiedo scusa.»
Fece per alzarsi, con un’espressione delusa sul volto. La mamma se ne accorse.
«Vi prego,» disse, «restate seduto ancora un poco. Chissà quanto avete camminato da questa mattina! Su e giù per tutto il quartiere… Non gradireste un bicchiere di vino?»
D’un tratto gli occhi del vecchio parvero illuminarsi. Era ciò che voleva sentire da quando era entrato in casa nostra.
«Oh!» fece. «Ogni volta, signora, vi prendete disturbo.»
«Cosa volete che sia!» rispose la mamma. «Un bicchiere di rosso è quel che ci vuole.»
«L’accetto volentieri. Specialmente ora che, avvicinandosi l’estate, comincia a far caldo.»
E appena la mamma gli ebbe versato un bicchiere di vino, don Berto lo bevve d’un fiato; poi un altro e un altro ancora…
Alla fine si alzò dalla sedia, ringraziò, prese il cappello e il bastone e, un po’ barcollando, si diresse verso la porta.
Probabilmente si sarebbe recato nella casa vicina a comunicare l’imminente mancanza dell’acqua in tutto il quartiere.
La mamma rimase a osservare il vecchio che si allontanava nella strada, con la cartella da messo comunale sotto il braccio.
La udii mormorare:
«Chissà quanto rosso sarà il naso di don Berto questa sera, all’ora di rincasare!» Sorrise, crollando la testa. «Con tutto il vino che ancora berrà, sarà rosso come un peperone.»