mercoledì 30 luglio 2025
giovedì 12 dicembre 2019
RECENSIONI di G. Novellino e P. Murro
Paolo Secondini
Peppe Murro
(Il romanzo lo si può acquistare ordinandolo in qualsiasi libreria o direttamente dalla casa editrice Linee Infinite Edizioni https://www.lineeinfinite.com/)
IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI
Linee Infinite Edizioni
Il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Cargiulli comanda una piccola caserma di provincia. Ha avuto una donna, nella sua vita, ma ora è solo e trascorre l’esistenza vicino alla sorella Adalgisa. Lei lo chiama Vincenzino, come faceva la mamma quando erano bambini.
Egli svolge con interesse e dedizione il suo lavoro di tutore della legge e sa che anche in un paesino sperduto può succedere di tutto.
È la vigilia di Natale. Fuori fa freddo, mentre gli interni sonno surriscaldati in modo malsano. Nella villa dell’avvocato Emilio Trenelli è stato consumato un efferato omicidio. Proprio lui, il titolare, è stato trovato riverso nel suo letto con un coltellaccio da cucina piantato nella schiena fino al manico. Ma non ci sono segni di effrazione, quindi il fattaccio deve avere come autore una persona conosciuta dall’avvocato. Il quale ha qualche vizietto, che offusca un po’ la sua immagine di professionista appartenente all’alta borghesia. Gli piacciono le donne, ma ha un’inclinazione un po’ perversa per quelle di malaffare, prosperose e un tantino rozze.
Elisa Deretti, la moglie, è una signora avvenente, distinta e un po’ freddina. Con lei il maresciallo ha subito un incontro che gli consente di capire il modo di vivere della coppia e l’andamento familiare. Nelle indagini è aiutato dal fido e solerte appuntato Frinieri. Doverosa concessione al genere narrativo, essendo ogni investigatore accompagnato da un socio o da un subalterno sempre pronto a fornire i dovuti supporti.
Anche l’indagine segue i canoni consueti della narrazione poliziesca, ma cattura fin dall’inizio l’attenzione del lettore, che si lascia accompagnare da una prosa fluida e precisa, capace di rendere assai vivide alcune caratterizzazioni psicologiche e ambientali.
Il romanzo (Linee Infinite Edizioni – 2019) si legge tutto d’un fiato. Voltare le pagine è come mangiare ciliegie mature, dove al posto del sapore ci sono la curiosità (tenuta viva con grande maestria) e il desiderio di svelare il mistero.
Buon giallo, non lungo, incisivo e piacevole. Con qualche ammiccamento al grande Simenon.
C’è da dire, però, che centosedici pagine non bastano per creare un forte legame tra il lettore e il maresciallo Vincenzo Cargiulli, un tipo di uomo dai marcati contrasti caratteriali, nel complesso mite e un po’ ironico. Aspettiamo altre sue avventure, non solo per conoscerlo meglio, ma anche per apprezzare la vena narrativa di Paolo Secondini… che già per questo romanzo mi sembra notevole.
Giuseppe Novellino da: Art – Litteram
…Il fine giustifica i mezzi è un bel romanzo di genere che si lascia leggere d’un fiato, con un andamento lineare e un ritmo incalzante, tutto racchiuso nelle ore di vigilia di un Natale qualsiasi di un qualsiasi paesino d’Italia. Con una scrittura lieve e precisa e un’estrema pulizia lessicale, Paolo Secondini ci accompagna nelle indagini del maresciallo Cargiulli e, con sentimento e ironia, verso la conclusione inaspettata del caso di omicidio di cui lo stesso si occupa. La trama non è monocorde, ma si gioca tutta con una serie di figure ben tratteggiate, dal senzatetto Lappi allo zelante appuntato Frinieri, dal loquace barbiere Alfredo Barba-capelli alla escort Elvira Benedetti, dalla vedova Deretti alla saggia cameriera Antonietta Filangia: tutti personaggi con una loro specifica identità e logica, perfettamente inseriti in una vicenda ben delineata…
mercoledì 4 dicembre 2019
SAGGEZZA ANTICA di Paolo Secondini
“Impara l’arte e mettila da parte!”
A sentirle pronunciare da mio nonno, quelle parole –
quando il loro significato non mi era ancora chiaro – sembravano quasi uno
scioglilingua o, anche, una breve composizione poetica in rima baciata.
“Impara l’arte e mettila da parte!”
Quante volte ho ascoltato quella frase!
E sempre dalla bocca del nonno, la cui espressione,
nel proferirla, era di grande serietà, e solenne il tono della voce. Allora
intuivo che stesse dicendo qualcosa di importante.
Spesso, dopo aver sillabato quelle parole, egli
scuoteva un istante la testa, come per annuire, sicuramente, a qualcuno di cui,
all’improvviso, l’immagine fosse affiorata alla sua mente.
Certe volte, invece, lo sentivo borbottare:
“Tempi duri! Tempi difficili!”
E subito dopo, come al solito:
“Impara l’arte e mettila da parte!”
Chissà perché, in quel momento, ripensavo alla vita
lavorativa di mio nonno: garzone di cordaio ad Atina, suo paese natale, negli
anni della giovinezza; operaio in una fabbrica di stoffe a Utica, nello Stato
di New York; attore di teatro, per un breve periodo di tempo, su palcoscenici
di piccoli paesi.
Ripensavo, anche, alla sua drammatica esperienza di
combattente nel primo conflitto mondiale: fante sul fronte francese; alla sua
successiva attività di pittore di paesaggi, figure umane e animali, grazie alla
quale, affrescando pareti di locali pubblici e case private, o semplicemente
dipingendo piccole tele o tavole di compensato riusciva a guadagnare il
bastante per vivere dignitosamente.
“Impara l’arte e mettila da parte!”
Un giorno, d’un tratto – ero ancora un ragazzo –, il
senso di quelle parole, tante volte ascoltate, mi fu chiaro, perfettamente
intelligibile.
«Già!» mi dissi. «Impara l’arte e mettila da parte,
per poterla esercitare quand’è necessario e, soprattutto, per dar senso e
decoro alla propria vita.»
venerdì 1 novembre 2019
ASPETTANDO AURELIA di Giuseppe Novellino
Aspettavano Aurelia per la cena.
Quella sera di ottobre doveva venire lei a
casa di Giuseppe, perché era malato. Una brutta tracheite lo aveva costretto a
prendere tre giorni di congedo per malattia. Ma alle 19.20 non si era ancora
fatta viva. Mezz’ora prima Giuseppe aveva telefonato alla Scuola Infermieri,
nel caso fosse rimasta sul posto di lavoro per qualche problema. Niente. Aveva
risposto la direttrice, dicendo che Aurelia era andata a casa regolarmente poco
prima delle 18.00.
Perché, dunque, non si faceva ancora vedere?
Giuseppe era sulle spine.
La ragazza non aveva il telefono nell’appartamentino
in via Don Bosco. E lui non poteva muoversi di casa per la malattia.
– Vedrai che arriverà – cercava di
tranquillizzarlo la madre.
– Ma sapeva che saremmo andati a tavola a
un quarto alle otto. Non è da lei fare questo ritardo.
Giuseppe non riusciva a stare fermo.
Ciabattava da un locale all’altro con grande nervosismo. Ogni tanto guardava
dalla finestra, con la speranza di vedere la sua ragazza camminare sul
vialetto.
– Perché non arriva? – disse tra sé a voce
alta, scostando per l’ennesima volta la tendina. Poi la tosse lo costrinse a
sedersi sul divano.
– Quasi vado a vedere se è a casa sua –
fece dopo un po’, alzandosi di scatto.
– Non fare fesserie – lo avvertì suo
padre. – Ti verrebbe una polmonite.
– Ma vado con la macchina…
La mamma si affacciò sulla porta della
cucina. Aveva una faccia preoccupata, forse più per lo stato del figlio, che
per il ritardo della ragazza. Disse a sua volta:
– Avrà avuto qualche contrattempo.
– Ma perché non mi ha avvisato? – disse
Giuseppe con un tono esasperato. – Io il telefono ce l’ho in casa.
Era veramente in ansia. Cominciava a fare
brutti pensieri. Si sentiva abbandonato da quella ragazza con la quale si era
fidanzato da un paio di mesi. Troppo poco tempo per un legame solido. Forse lei
si era dimenticata dell’appuntamento perché cominciava ad essere stanca di lui.
Eppure il giorno prima si erano lasciati con un bacio tenero e lunghissimo. Lei
gli teneva le braccia intorno al collo e lo guardava con una passione che le
rendeva luminosissimo lo sguardo.
In quel momento suonarono alla porta.
Giuseppe si precipitò ad aprire.
La figura sorridente del fratello Lorenzo
gli procurò una fitta di delusione.
– Sto tornando a casa adesso dall’ospedale
(era medico da poco assunto come assistente) e ho pensato di farvi un salutino.
Anna (la moglie) mi ha detto che ceneremo solo verso le otto e mezza perché è
andata a Poggi, dai suoi.
– Allora cadi a proposito! – esclamò
Giuseppe.
Gli chiese se poteva andare a casa di
Aurelia, per vedere se erà là.
Lorenzo apparve imbarazzato. – Ma mi farai
fare una brutta figura. O, meglio, la farai tu. Se la trovo, s’intende.
– Già – rincarò papà – le farai prendere
coscienza della tua debolezza.
– Non mi interessa – sbottò Giuseppe. –
Confesso di essere agitato, ma non è da lei comportarsi così. Forse le è
successo qualcosa.
– E se non la trovo in casa? – domandò
Lorenzo.
Giuseppe rabbrividì e non rispose.
Arrivarono insieme mezz’ora dopo. La cena
era pronta in tavola e si stava raffreddando.
Lei era raggiante, bella più che mai. Gli
si buttò al collo e gli sussurrò in un orecchio:
– Mi sono addormentata sul divano.
Poi Giuseppe venne a sapere tutto, dal
resoconto che il fratello fece con un pizzico di divertimento.
Si era trovato davanti alla porta
semiaperta. Aveva chiesto permesso, senza ricevere alcuna risposta. Allora era
entrato. Solo una lampada era accesa nel piccolo soggiorno. Aurelia era
rannicchiata sul divano e dormiva. Era vestita di tutto punto, pronta per uscire.
– Già – soggiunse lei. – Ero stanca morta.
Avevo lavato i capelli e mi ero cambiata. Ma poi, vedendo che era ancora
presto, mi sono messa un po’sul divano… e mi venuto un colpo di sonno.
Gli altri risero di gusto.
Giuseppe sospirava.
giovedì 26 settembre 2019
IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI di Paolo Secondini
Paolo Secondini
IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI
Edizioni Linee Infinite
IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI
Edizioni Linee Infinite
Si comunica l’avvenuta pubblicazione del romanzo giallo–poliziesco di Paolo Secondini, IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI, Linee Infinite Edizioni.
Il romanzo è ordinabile presso la propria libreria di fiducia; oppure (con un minimo di spese di spedizione) direttamente sul sito di Linee Infinite Edizioni (cliccando sulla copertina del libro e poi su Acquista) https://www.lineeinfinite.com/
Il romanzo è ordinabile presso la propria libreria di fiducia; oppure (con un minimo di spese di spedizione) direttamente sul sito di Linee Infinite Edizioni (cliccando sulla copertina del libro e poi su Acquista) https://www.lineeinfinite.com/
lunedì 16 settembre 2019
C’E’ UN SIGNORE CHE TI VUOLE di Giuseppe Novellino
Il 16 agosto 1978, giorno di San Rocco,
era mercoledì.
Aria umida e calda stagnava nel
fondovalle. Pur con un cielo poco
limpido, la giornata si poteva considerare bella. Si respirava in pieno
l’atmosfera ferrogostana: pochi avevano ricominciato le loro attività
lavorative.
Dopo averci pensato tutta la mattina,
Giuseppe aveva preso la decisione. Sarebbe andato a casa di Aurelia.
Ora la meta era Lovero.
Procedeva a cavallo della sua Vespa bianca, lungo la statale. Non
c’era molto traffico: più che altro auto di vacanzieri in entrambe le
direzioni.
Durante quel viaggio di trenta chilometri,
ogni tanto pensava che forse stava commettendo una fesseria. Presentarsi così,
a casa di quella ragazza, richiedeva certamente una giustificazione. E quale
poteva essere se non quella legata al nuovo sentimento che provava per lei?
Qualsiasi altra sarebbe suonata del tutto falsa o puerile.
Si sentiva come colui che avesse imboccato
un vicolo cieco. Pur pensando che all’ultimo momento avrebbe potuto non
presentarsi alla porta di lei, si sentiva mosso da una strana forza interiore.
Non volle arrivare con lo scooter davanti
all’abitazione di Aurelia. Decise di lasciarla nello spiazzo antistante il
municipio.
Non c’era anima viva per le vie del paese.
Era quella che nel meridione chiamano la controra, verso le tre. L’aria era
particolarmente stagnante. Gli abiti si appiccicavano al corpo. Su un albero,
dietro la villetta di Aurelia, cantava una cicala.
Mosso ormai da un coraggio che gli veniva
dal profondo del suo essere, Giuseppe varcò il cancelletto e andò a suonare il
campanello.
Il tempo che passò gli parve interminabile.
Si sentì come sospeso in una dimensione che ospitava lui solo. Poi qualcuno
venne ad aprire.
– Ciao – disse Giuseppe alla bambina
(poteva avere sei anni), che lo guardava dal basso in alto.
– Chi sei? – fece lei con una vocina un po’
ovattata.
Il
cuore gli pulsava a cento. Dopo un attimo di esitazione, disse:
– Sono un amico di Aurelia. È in casa?
Allora la bimba si girò verso la breve
rampa di scale alla sua destra. – Tataaa! C’è un signore che ti vuole.
– Mi
chiama Tata. È Micol, la mia nipotina – disse Aurelia. – Mi è molto
affezionata.
Era trascora un’ora dall’arrivo di
Giuseppe. Erano seduti sul muretto che delimitava il terreno che circondava la
casetta. Micol giocava nell’erba con una bambolina e ogni tanto lanciava
occhiate curiose sui due giovani.
Poco prima, Aurelia lo aveva presentato ai
suoi genitori con allegra naturalezza. – È un mio carissimo amico di Sondrio. Mi
ha fatto una sorpresa. – Poi, rivolta a lui: – Mi stavo davvero annoiando.
Questo paese oggi è un mortuorio. Chi ha la baita se n’è andato in montagna.
Solo noi stiamo qui a cuocere.
Era molto carina. Nonostante il caldo
appariva fresca e briosa. Indossava una gonna lunga e un po’ stretta, abbinata
a una camicetta bianca con il colletto di pizzo. I capelli ondulati le cadevano
graziosamente sulle spalle. Una frangetta le copriva a tratti la fronte.
Poi disse – Se mi porti con la Vespa, ti faccio vedere il paese e i
suoi dintorni.
– Okay – disse Giuseppe.
– Vado a mettermi i jeans. Aspettami qui
con Micol.
Adesso correva lungo la statale, verso
Sondrio. Giuseppe non si accorgeva di tenere una velocità piuttosto sostenuta,
mentre i pensieri gli turbinavano nella mente. Ed erano pensieri estremamente
positivi, fatti di allettanti prospettive e del ricordo di quel pomeriggio con
Aurelia.
Gli aveva fatto yedere la chiesa dove era
stata battezzata, i frutteti di suo padre, la contrada di Santa Maria e la
chiesetta antica di Sant’Alessandro. Gli era apparsa gioiosa, e a un certo
punto, prendendogli una mano, gli aveva detto: – Sono contenta che sei venuto a
stanarmi da questo buco di paese. Ma… ti confesso che non me lo sarei mai
aspettato.
Ma non era del tutto vero, secondo
Giuseppe. Lei, forse, si aspettava che lui facesse una mossa come quella.
Inconsciamente, Aurelia sapeva che “il carissimo amico di Sondrio” era
destinato a diventare qualcosa di più che un amico.
Rallentò, sorridendo.
Il suo cuore si era calmato, cantava di
gioia.
venerdì 6 settembre 2019
IN NOME DELLA LEGGE di Cinzia Baldini
Il cielo è livido di pioggia.
Piccole pozze d’acqua riflettono il via vai delle persone in
transito sulla banchina.
Il treno, tra i gemiti convulsi dei freni e i fiotti di calore
sprigionati dal ronzante pulsare del suo cuore meccanico, si è appena fermato
in stazione.
Il giovane uomo con un agile balzo scende a terra, si guarda
attorno incurante delle gocce che, gelide, gli scivolano sul viso e come evanescenti
perle decorano la giacca scura della divisa prima di venire assorbite dal tessuto.
Annusa l’aria: “Tre anni!” esclama tra sé. “Sono tre anni che
manco da questa città ma il suo odore, il suo sapore, l’aria che l’avvolge è la
stessa di sempre. Quella che mi ha salutato quando sono partito” pensa, mentre un
nodo di malinconia gli stringe la gola.
Inspira profondamente quasi a volersi ubriacare di quel sapore
appena ritrovato, così intimo, così familiare, così struggente.
Afferra la ventiquattrore e a passo deciso si avvia verso
l’uscita.
Il piazzale antistante la stazione centrale lo accoglie con il
consueto traffico dell’ora di punta.
L’inclemenza del tempo, invece, ha scoraggiato le passeggiate a
piedi e solo poche persone infreddolite e nascoste dagli ombrelli camminano
spedite sui marciapiedi.
Perso nei suoi pensieri raggiunge il parcheggio dei taxi e quasi
meccanicamente entra nel primo della fila.
Stampandosi un’espressione di circostanza sul viso recita a memoria
l’indirizzo verso cui è diretto.
Il conducente solleva le mani dal volante e si gira, lo fissa
negli occhi per sincerarsi di aver capito bene: «ma è…»
«Lo so!» taglia corto l’uomo con tono educato ma deciso:
«Conosco bene la città, ci ho vissuto per qualche anno» aggiunge quasi a voler
mitigare la veemenza della sua affermazione.
L’autista, mentre riprende la giusta postura di guida, annuisce
col capo.
L’abisso di dolore che ha scorto tra le iridi scure del giovane
e la lunga cicatrice che gli deturpa i tratti del volto, lo intimidiscono.
Eppure quei lineamenti tesi che sembrano scolpiti nel granito
non gli sono sconosciuti. É convinto di averlo già visto. Ha una buona memoria,
ma nonostante i ripetuti tentativi, questa volta la sua mente si rifiuta di
collaborare.
L’uomo continua ad arrovellarsi nel tentativo di diradare il
velo di foschia in cui è confuso quel ricordo.
Senza replicare ingrana la marcia e si avvia in direzione del
luogo richiesto.
Il giovane in divisa scura accoglie con freddezza gli sguardi
che di sottecchi il conducente gli lancia dallo specchietto e, affondando
completamente nel sedile posteriore, posa la nuca sul poggiatesta, socchiude
gli occhi e…
…Il ronzio regolare del
motore rallenta improvviso mentre l’auto si incolonna per imboccare la stretta
rampa d’accesso dell’autostrada.
La marcia delle auto
procede a singhiozzi in un flusso ininterrotto, come sangue pompato nelle arterie
da un enorme cuore, finché dopo il casello la fila si fluidifica e scorre
veloce, ormai convogliata sul lungo serpentone di nero asfalto.
Un allegro cicaleccio si
ripropone alla mente. Volute di fumo accompagnano il gracchiare della
radiotrasmittente collegata alla centrale operativa mentre l’abitacolo si
ravviva di risate che si alternano a silenzi improvvisi”.
Rabbrividisce
nonostante il tepore che il condizionatore acceso produce all’interno della
vettura: “come le soste della Via Crucis” pensa tra sé.
Il mare ammicca lucente
oltre il guard-rail, l’aria è tersa e limpida, uliveti e fichi d’india scorrono
oltre il parabrezza in un’ordinata disposizione naturale.
Il sole è alto nel cielo e
i suoi raggi avvolgono la gioventù, l’entusiasmo, il pulsare di vita racchiusi
nell’auto blu che sfreccia veloce sull’asfalto rovente.
L’uomo alla guida osserva
il cruscotto ed esclama con sollievo: «Ancora una decina di chilometri ed il
turno è finito, il tempo di cambiarmi ed inizio lo straordinario».
«Ma non dovevi correre a
casa?» chiede perplesso il collega seduto al suo fianco.
«Appunto! Mio figlio mi
sta spettando per fare i compiti di matematica» replica l’uomo, e un lampo di
tenerezza e di orgoglio si accende negli occhi concentrati nella guida.
Sorride e, facendo
l’occhietto al compagno di lavoro, osserva lo specchietto retrovisore, si
schiarisce la voce assumendo un tono burbero: «Ehi, voi due là dietro, cosa
avete da complottare? Non è serio fare i piccioncini in servizio! Se non la
smettete vi farò rapporto!».
I due giovani seduti sul
sedile posteriore si interrompono osservandolo stupiti.
La prima ad aprire bocca
è la ragazza: «Ispettore, è colpa mia…» dice preoccupata, spalancando sull’uomo
due grandi occhi colore del miele.
«Non vedi che sta
scherzando?» La riprende il collega che le siede a fianco e senza farsi notare
le poggia, furtivamente, la mano sulla sua.
Alza gli occhi e,
convinto di incrociare lo sguardo di lei, increspa le labbra in un sorriso, ma
una luce intensa lo abbaglia.
Pensa che il sole sia
esploso in un enorme fuoco d’artificio e non fa in tempo a formulare il
pensiero che un boato assordante come l’eruzione di un vulcano gli esplode
nelle orecchie e la caduta in un tunnel buio ed infinito è l’ultima cosa che la
sua mente memorizza…
Il giovane non riesce a trattenere un gemito, quindi si porta le
mani sulla fronte ed inizia a massaggiarsi le tempie.
Il conducente della vettura interviene sollecito: «Si sente
male? Siamo quasi arrivati ma se vuole ci fermiamo alla prima farmacia».
«No… tutto bene… non c’è bisogno… la ringrazio» risponde l’uomo
cercando di nascondere il tremito della voce e osservando, come ipnotizzato, il
movimento dei tergicristalli.
Percorrono in silenzio ancora un paio di chilometri finché
l’auto accosta dolcemente al marciapiedi e si ferma.
Il giovane è molto pallido.
Scende e inspira intensamente, poi paga la corsa.
Si avvicina ad una bancarella e con calma, come se quel gesto
fosse il più importante della sua vita, sceglie dei fiori.
Un mazzo enorme, che a fatica riesce a tenere tra le braccia.
Colorato, come l’arcobaleno che sta uscendo da uno squarcio apertosi nel cielo
plumbeo, profumato e seducente, come la giovinezza. Vi nasconde il viso e imbocca
la strada principale. Pochi metri ed oltrepassato il pesante cancello in ferro
battuto, svolta nel piccolo vialetto laterale.
Non un rumore lacera la quieta immobile del luogo, solo un debole
sospiro di vento muove le cime dei cipressi secolari.
Accompagnato dallo scricchiolio dei suoi passi sull’acciottolato
il giovane in divisa avanza lentamente, alza lo sguardo e la vede.
Trattiene il respiro mentre lei gli sorride con sguardo birichino
da sotto il cappello d’ordinanza mettendo in mostra le fossette ai lati delle
guance. Con la mano alzata nel caratteristico saluto militare, ostenta fiera ed
orgogliosa la divisa in tutto simile a quella di lui.
Il giovane sente il cuore battere all’impazzata come se volesse uscirgli
dal petto.
Si inginocchia e le depone l’enorme mazzo di fiori davanti. Con
il palmo della mano, si sfiora la cicatrice cercando di cancellare le lacrime
che, insolenti e copiose, scendono a lambirgli le gote, poi allunga il braccio
e con i polpastrelli accarezza la fotografia.
Il contatto con il marmo gelido gli procura un brivido lancinante
e riaccende il dolore sordo e disperato, mai sopito, per il vuoto incolmabile
che lo accompagna, ormai, da quel giorno maledetto di tre anni prima.
Le parole fissate con caratteri dorati risaltano nitide sulla
lapide rosata e si incidono come un marchio rovente nella sua anima: “Una mano vigliacca ed assassina ha spento
per sempre il tuo sorriso e strappandoti a tutti noi che ti amavano ti ha
trasformata in un angelo del cielo.
I colleghi del servizio
scorte della Polizia di Stato”.
Fuori dal cimitero intanto il tassista è rimasto a pensare.
L’espressione malinconica del giovane cliente appena sceso e la dignità del suo
comportamento, la profonda sofferenza che ha letto nei suoi occhi, lo hanno
colpito e mentre l’osserva avviarsi verso la bancarella dei fiori un flash,
come il timido raggio di sole che accompagna lo splendore dell’arcobaleno
appena formatosi tra le nuvole gravide di pioggia, gli riporta alla mente un
articolo di giornale di qualche anno prima:
“Un grave attentato di
chiara matrice mafiosa ha versato, ancora, sangue innocente.
Eroi, loro malgrado, un
alto magistrato, il suo autista e quattro poliziotti di scorta caduti
nell’adempimento del loro dovere.
Servitori dello Stato che
con mezzi insufficienti, retribuzioni inadeguate e sacrifici personali, pagano
spesso con la vita, l’abnegazione profusa per garantire l’applicazione della
giustizia e il rispetto della legge.
L’alto magistrato è
rimasto dilaniato insieme al suo autista, dalla deflagrazione di una potente
carica di esplosivo al plastico nascosto sotto la sua auto.
L’attentato è costato la
vita anche a tre dei quattro poliziotti, tra cui una donna, che componevano la
scorta e che lo seguivano su un’altra vettura.
In condizioni disperate
il quarto agente sbalzato fuori dall’abitacolo dallo spostamento d’aria.
Attualmente, dopo una difficile e lunga operazione, è in coma nel reparto di
rianimazione del Policlinico. Se sopravvivrà rimarrà sfigurato.
L’ispettore lascia la
moglie ed un figlio in tenera età, mentre per l’agente sopravvissuto e la
poliziotta deceduta, quello dell’attentato sarebbe stato l’ultimo giorno di servizio
prima del loro matrimonio”.
mercoledì 4 settembre 2019
PROCOLO di Paolo Secondini
«Messer Ubaldo, che cosa succede? Per quale motivo
tante persone sono raccolte davanti alla chiesa di San Procolo?»
«Non vedete, messer Ludovico? Assistono allo
scoprimento di una lapide.»
«Già! Sulla monumentale facciata di una delle chiese
più belle di Bologna… A chi è dedicata la lapide?»
«A Procolo, il vecchio campanaro.»
«A Procolo?... Il campanaro della chiesa… di San
Procolo?»
«Esattamente!... Ma tacete, vi prego. Si avvicina il
momento solenne. Ancora pochissimi istanti… Ecco, ci siamo!»
La lapide venne scoperta, tra il battimano dei
presenti.
«C’è una iscrizione,» disse messer Ludovico. «Vi spiacerebbe leggerla, voi che avete la
vista migliore della mia?»
E Ubaldo, con voce tranquilla:
«Si procul a Proculo Proculi campana fuisset, nunc
procul a Proculo Proculus ipse foret.»
«Ma…»
«È latino.»
«Lo avevo intuito. Non capisco però che cosa vuol
dire.» Una pausa; poi: «So che siete persona assai colta, un insigne
professore: vorreste cortesemente tradurmi l’iscrizione?»
E Ubaldo, con molta pazienza:
«Se la campana di San Procolo fosse stata lontana da
Procolo, ora lo stesso Procolo sarebbe lontano da San Procolo.»
«Ho compreso ancor meno.»
Ubaldo lo fissò stupito.
«Come? Ignorate la storia del vecchio campanaro?»
chiese. «Già, dimenticavo!... Voi vivete a Bologna da pochissimo tempo. Non
potete conoscerla.»
«Ma non vi nascondo che sono curioso di saperla.»
«Adesso?»
«Quale momento più adatto?»
Ubaldo annuì lentamente.
«Avete ragione… L’iscrizione riferisce il tragico
fatto capitato a Procolo, il quale, mentre suonava le campane, fu colpito alla
testa da una di esse. Morì all’istante. Com’era doveroso, il suo corpo fu
tumulato nei sotterranei della chiesa di San Procolo, dalla quale, come si
legge sulla lapide, il campanaro non ebbe più modo di allontanarsi, proprio
come la campana non era riuscita a stare lontana da lui.»
venerdì 14 ottobre 2016
martedì 4 ottobre 2016
SALLUSTIO E BACCALA’ di Giuseppe Novellino
– Rifletti… Quello, “saxa”, è un accusativo
neutro plurale.
Era la settima lezione privata.
Giuseppe sapeva che ci sarebbero stati altri quattro o cinque incontri prima
della fine delle vacanze. Poi avrebbe lasciato il borgo irpino e sarebbe
rientrato nella sua città natale e di residenza, su al Nord, dove lo aspettava
l’esame di riparazione.
Don Alfonso era tarchiato, con
una bella testa pelata e una pancia prominente. Stava in piedi accanto al
tavolino ingombro di libri. Si chinò sul testo della versione e disse ancora:
– Devi rileggere attentamente la frase, così: “Ad hoc mulieres puerique
pro tectis aedificiorum saxa et alia quae lucus praebebat certatim mittere”…
Vedi: è complemento oggetto. – Batté l’indice sulla pagina. Poi si girò verso
la porta dello studiolo, attirato da qualcosa.
Dalla cucina veniva un odorino di olio caldo, aglio e cipolla.
– Carme’ – chiamò all’improvviso, facendo due passi verso l’uscio, - mi
raccomando, non fate bruciare la cipolla. Deve essere appena indorata prima di
calare il baccalà. – Si lasciò cadere su una logora poltroncina, sbuffò e si
tolse gli occhiali dalla pesante montatura. Estrasse dalla tasca della tonaca
un fazzolettone tutto appallottolato, alitò sulle lenti, e con quello le
ripulì.
Giuseppe guardava con un occhio il testo latino e con l’altro don Alfonso,
il quale aveva la testa imperlata di sudore. Dalla finestra spalancata
entravano i rumori del solito viavai nella via Augustale, che attraversava il
paese in tutta la sua larghezza.
– Allora? – fece, senza guardare l’allievo. – Rileggi anche tu, a voce
altra. Così ti rimane in testa.
Giuseppe rilesse la frase, poi ammise:
– È vero: saxa… da saxum, neutro della seconda declinazione.
– Appunto, non devi mai affidarti alla prima impressione. E poi, un
vocabolo come quello dovresti conoscerlo. – Tirò su col naso e guardò ancora
verso la porta. – Eh, sì! Mi era sembrato che avesse messo troppa cipolla. Ma adesso
sento anche l’aglio.
Si alzò con uno scatto e se ne andò in cucina.
Giuseppe lo sentì dare istruzioni alla perpetua.
– Lo spicchio d’aglio ce lo dovete lasciare, per tutta la cottura. Deve
dare il giusto sapore all’olio, mentre cuociono le fette di baccalà. Quante
volte ve lo devo dire, Carme’?
La donna borbottò qualcosa in dialetto stretto che Giuseppe fece fatica
a capire.
Dopo un momento, don Alfonso rientrò nello studiolo. Teneva gli occhiali
in una mano, con il pollice e l’indice dell’altra si premeva la radice del
naso. Disse: – Vai avanti. – Ma subito recitò lui stesso, perché il brano lo
sapeva a memoria: – “Ita neque caveri anceps malum, neque a fortissumis infirmissumo
generi resisti posse…”
Giuseppe seguiva quelle parole sul testo. Costatò ancora una volta che
il prete professore doveva conoscere profondamente quel brano di Sallustio,
forse l’intera opera: “La guerra contro Giugurta”. Ma nello stesso tempo era un
esperto di arte culinaria, almeno per quanto riguardava la ricetta del baccalà.
Questa considerazione gli strappò un sorriso, che cercò di nascondere, tenendo
il capo chino sul libro.
– Bene – disse ancora don Alfonso, – l’ora sta per finire. È quasi
mezzogiorno. Cerca di imbastire la traduzione della nuova frase e poi vattene a
casa… a mangiare pure tu.
Giuseppe si rese conto di avere lo stomaco vuoto. Il profumo che veniva
dalla cucina lo stuzzicava. Pensò che il baccalà di don Alfonso sarebbe stato
particolarmente gustoso e che anche il prete accarezzasse la stessa idea.
Un capolavoro di culinaria, pari almeno alla conoscenza di Sallustio.
giovedì 22 settembre 2016
IL MARESCIALLO E IL PETTIROSSO di Paolo Secondini
Estate 1959.
Il maresciallo sedeva alla sua scrivania nel piccolo ufficio della caserma dei carabinieri. Pigiava, con due dita soltanto, i tasti di una grossa macchina per scrivere.
Faceva un gran caldo quel pomeriggio di luglio e, benché la finestra fosse spalancata e il ventilatore in funzione, l’aria, nella stanza, era afosa e irrespirabile.
Il maresciallo trasse di tasca il fazzoletto e si terse il sudore dalla fronte. Poi lo posò sul ripiano della scrivania: tra poco, sicuramente, gli sarebbe servito di nuovo.
Gli venne voglia di bere una bibita fresca o gustare un gelato al limone – come faceva ogni tanto quando non era in servizio –, ma scosse la testa e, sbuffando, riprese a scrivere a macchina. D’un tratto un cinguettio gli fece voltare la testa a sinistra.
«E tu cosa vuoi?» domandò il maresciallo guardando la piccola gabbia vicino alla finestra. Notò che il canarino sul posatoio se ne stava tranquillo, immobile, col becco chiuso, mentre il cinguettio continuava a invadere l’ufficio. «Sei per caso un ventriloquo?» disse il maresciallo e rise della sua stessa freddura.
Spostato lo sguardo al davanzale della finestra, scoprì che l’autore del cinguettio era un passero, le piume del petto di un rosso-arancione. Evitò movimenti per non spaventarlo.
«E tu chi saresti?» domandò poco dopo in tono suadente. Ma poi, fingendo durezza nella voce: «Non starai per caso organizzando una evasione? Bada che ti arresto, e chiudo in gabbia anche te.»
Incurante dell’uomo, il pettirosso continuò a cinguettare compiendo brevi saltelli sul davanzale.
«Sei davvero un bel tipo, sai?» disse il maresciallo il quale, muovendosi maldestramente, fece scricchiolare la sedia: di colpo l’uccello volò via.
«No, no, no!» gridò, allora, desolato. «Torna indietro, ti prego! Non volevo spaventarti.»
Si alzò e si avvicinò alla finestra; guardò fuori volgendo la testa in ogni direzione, ma il pettirosso sembrava scomparso. Emise un breve sospiro.
Più tardi, pensò, metterò delle briciole sul davanzale. Può darsi che venga a beccarle. Ma mentre tornava alla scrivania sentì nuovamente cinguettare. Si volse dapprima alla piccola gabbia – al cui interno il canarino stava ancora tranquillo, immobile, col becco chiuso –, poi verso la finestra. Vide il passero appollaiato su un ramo di un albero di fronte.
«Ah, manigoldo!» esclamò il maresciallo bonariamente. «Meriteresti davvero che io ti arrestassi. Si può sapere che vuoi?»
Quasi in risposta il cinguettio si fece più alto e melodioso: inconsueto in un pettirosso. Ammirato del canto, il maresciallo poggiò le mani sul davanzale della finestra, gli occhi fissi sul piccolo uccello. Restò in ascolto in quella posizione per qualche tempo.
«Insomma!» disse alla fine crollando le spalle. «Si può sapere che vuoi dal mio canarino? È per lui che sei qui, non è vero?»
Ora gli parve che il cinguettio, crescendo d’intensità, si facesse appassionato, addirittura implorante: un qualcosa che penetrò profondamente nell’anima del maresciallo, con una forza e una dolcezza da scuoterla e carezzarla al tempo stesso. Si sentì come vinto da un’improvvisa, travolgente emozione.
«E va bene, va bene!» esclamò annuendo. «Ho capito.» Si avvicinò alla piccola gabbia e stette, per pochi secondi, a osservare il suo canarino, ancora fermo sul posatoio. Poi sollevò lentamente la mano e aprì la porticina di metallo. «Va’!» disse. «C’è un tuo amico là fuori che ti aspetta. È venuto apposta per te.» Guardò velocemente a destra e a sinistra. «Ma mi raccomando,» aggiunse, con un sorriso sulle labbra, «non si dica in giro che ho fatto evadere un prigioniero.»
Una macchia di giallo sfrecciò, con rumore ovattato, davanti al suo viso. In quel momento il maresciallo provò un senso di felicità come mai aveva avvertito in vita sua.
Il maresciallo sedeva alla sua scrivania nel piccolo ufficio della caserma dei carabinieri. Pigiava, con due dita soltanto, i tasti di una grossa macchina per scrivere.
Faceva un gran caldo quel pomeriggio di luglio e, benché la finestra fosse spalancata e il ventilatore in funzione, l’aria, nella stanza, era afosa e irrespirabile.
Il maresciallo trasse di tasca il fazzoletto e si terse il sudore dalla fronte. Poi lo posò sul ripiano della scrivania: tra poco, sicuramente, gli sarebbe servito di nuovo.
Gli venne voglia di bere una bibita fresca o gustare un gelato al limone – come faceva ogni tanto quando non era in servizio –, ma scosse la testa e, sbuffando, riprese a scrivere a macchina. D’un tratto un cinguettio gli fece voltare la testa a sinistra.
«E tu cosa vuoi?» domandò il maresciallo guardando la piccola gabbia vicino alla finestra. Notò che il canarino sul posatoio se ne stava tranquillo, immobile, col becco chiuso, mentre il cinguettio continuava a invadere l’ufficio. «Sei per caso un ventriloquo?» disse il maresciallo e rise della sua stessa freddura.
Spostato lo sguardo al davanzale della finestra, scoprì che l’autore del cinguettio era un passero, le piume del petto di un rosso-arancione. Evitò movimenti per non spaventarlo.
«E tu chi saresti?» domandò poco dopo in tono suadente. Ma poi, fingendo durezza nella voce: «Non starai per caso organizzando una evasione? Bada che ti arresto, e chiudo in gabbia anche te.»
Incurante dell’uomo, il pettirosso continuò a cinguettare compiendo brevi saltelli sul davanzale.
«Sei davvero un bel tipo, sai?» disse il maresciallo il quale, muovendosi maldestramente, fece scricchiolare la sedia: di colpo l’uccello volò via.
«No, no, no!» gridò, allora, desolato. «Torna indietro, ti prego! Non volevo spaventarti.»
Si alzò e si avvicinò alla finestra; guardò fuori volgendo la testa in ogni direzione, ma il pettirosso sembrava scomparso. Emise un breve sospiro.
Più tardi, pensò, metterò delle briciole sul davanzale. Può darsi che venga a beccarle. Ma mentre tornava alla scrivania sentì nuovamente cinguettare. Si volse dapprima alla piccola gabbia – al cui interno il canarino stava ancora tranquillo, immobile, col becco chiuso –, poi verso la finestra. Vide il passero appollaiato su un ramo di un albero di fronte.
«Ah, manigoldo!» esclamò il maresciallo bonariamente. «Meriteresti davvero che io ti arrestassi. Si può sapere che vuoi?»
Quasi in risposta il cinguettio si fece più alto e melodioso: inconsueto in un pettirosso. Ammirato del canto, il maresciallo poggiò le mani sul davanzale della finestra, gli occhi fissi sul piccolo uccello. Restò in ascolto in quella posizione per qualche tempo.
«Insomma!» disse alla fine crollando le spalle. «Si può sapere che vuoi dal mio canarino? È per lui che sei qui, non è vero?»
Ora gli parve che il cinguettio, crescendo d’intensità, si facesse appassionato, addirittura implorante: un qualcosa che penetrò profondamente nell’anima del maresciallo, con una forza e una dolcezza da scuoterla e carezzarla al tempo stesso. Si sentì come vinto da un’improvvisa, travolgente emozione.
«E va bene, va bene!» esclamò annuendo. «Ho capito.» Si avvicinò alla piccola gabbia e stette, per pochi secondi, a osservare il suo canarino, ancora fermo sul posatoio. Poi sollevò lentamente la mano e aprì la porticina di metallo. «Va’!» disse. «C’è un tuo amico là fuori che ti aspetta. È venuto apposta per te.» Guardò velocemente a destra e a sinistra. «Ma mi raccomando,» aggiunse, con un sorriso sulle labbra, «non si dica in giro che ho fatto evadere un prigioniero.»
Una macchia di giallo sfrecciò, con rumore ovattato, davanti al suo viso. In quel momento il maresciallo provò un senso di felicità come mai aveva avvertito in vita sua.
sabato 17 settembre 2016
LE PIETRE VERDI di Peppe Murro
Da qui è fuggito ogni dio.
Quanti degli uomini hanno
vinto, dietro di sé hanno lasciato le ossa bianche ed urlanti degli sconfitti:
nessuna pietà ha accompagnato il silenzio di queste cime, le rocce squadrate, i viali tesi al cielo vicino; nessun silenzio
verrà mai spezzato.
Abbiamo visto sangue e
sudore, e il grido muto dei rassegnati, la gioia breve della festa e il ballo
del flauto andino.
E poi l'Inca e dopo di lui
gli uomini di ferro venuti dal mare, coi loro cuori di pietra e le parole di
musica e vento.
Fu ancora sangue e sudore,
e il vento che spazzava via il sole dalle nostre case di pietra verde; il vento, a sorvegliare i morti con le sue
carezze di dimenticanza.
Poi, lentamente, il silenzio, sceso piano,
come folate di nubi dalle cime fino all'ultima valle.
Non ci fu altro suono che la frustata delle
piogge o la carezza della primavera.
Restiamo solo noi, stesi
prudenti sulle pietre e sul muschio a rubare il sole coi nostri occhi verdi di
ramarro, a guardare negli occhi altri occhi curiosi e attenti di ramarro.
sabato 3 settembre 2016
LE BISCE di Giuseppe Novellino
Erano molte le probabilità di incontrare
una biscia. Eppure, fino a quel momento, a Giuseppe non era capitato.
Dopo un giugno capriccioso, con
quell’alternanza di periodi torridi e umide rinfrescate, la vegetazione era
diventata lussureggiante. Ma la maturazione dell’uva procedeva un po’ a
rilento. Nonno Celso diceva che “il pittore” era pigro nel passare fra i filari
a colorare gli acini.
Adesso era luglio, le giornate stabilmente
calde e soleggiate.
– Non ce ne sono di bisce, qua intorno –
lo rassicurava il nonno, mentre strappava le erbacce sui terrazzamenti del
vigneto. Eppure Giuseppe, ossessionato dall’idea di imbattersi in una di quelle
creature striscianti, voleva avere delle certezze. Le parole del nonno non lo
tranquillizzavano del tutto, perché erano in contrasto con quelle di Dante, il
figlio dello zio Alfonso. Dante era un ragazzo di diciassette anni, alto e un
po’ magro, capelli neri che portava con un ciuffo alla moda. Stava spesso a
torso nudo, indossando blue jeans aderenti e scoloriti. Si atteggiava a
teddy-boy. Doveva essersi accorto delle paure di Giuseppe, e così si divertiva
a stuzzicarlo.
– Ce ne sono nel bosco, ma anche nelle
vigne – diceva. E un giorno precisò: – Ne ho vista una nella vigna dello zio
Elia. Era bella lunga, nera con dei riflessi verdastri. E sai cosa aveva sulla
testa? Due corna. L’ho vista uscire da un buco tra i sassi del muretto.
L’immagine di quel rettile cornuto aveva
impressionato il piccolo Giuseppe, che se lo sognò anche di notte. Naturalmente
non aveva messo più piede nel podere dello zio Elia.
Quell’estate, Giuseppe aveva posto dei
limiti ai suoi giochi. Per paura delle bisce, appunto. Lorenzo, il fratello di
sette anni, non aveva quel pensiero. Saltava le siepi e i ruscelli, senza
timore di incontrare o calpestare una serpe. Lui, invece, con i suoi due anni
di più, era diventato consapevole di quella presenza inquietante. Sapeva che
nei luoghi più incolti, ma anche nei campi, e perfino vicino alle case, ci si
poteva imbattere in uno di quei rettili schifosi. Il solo pensiero gli faceva
correre un brivido lungo la schiena.
Un giorno il nonno gli disse:
– Giuseppe, ho lasciato il cappello sotto
il fico dello zio Elia. Vai a prendermelo.
Ma l’idea di scendere lungo la folta siepe
che costeggiava il piccolo pendio erboso gli incuteva un certo timore. Perciò
fece un giro più lungo, attraversando il prato sul lato opposto, dove l’erba
era stata da poco falciata.
Evitava la vegetazione troppo folta,
perché in essa si poteva nascondere l’insidia strisciante.Per tutta quell’estate, un giorno sì e uno
no, nonno Celso portò con sé a Castione i due nipotini. Lavorava nella sua
vigna, ma pure aiutava i fratelli Alfonso ed Elia. Si sentiva utile anche nel
badare ai due bambini, che toglieva dall’ambiente cittadino per alleviare la
figlia che doveva curare la piccola Elisabetta e Marco di tre mesi.
Giuseppe era consapevole del menage,
sapeva della fatica che sopportavano i suoi genitori. Quindi ubbidiva al nonno
e trascorreva allegramente le giornate in campagna. Ma se non ci fosse stata
quella ossessionante paura delle bisce, il suo godimento sarebbe stato di certo
maggiore.
Stava attraversando il declivio erboso
(standosene però sempre lontano dalla siepe incolta), quando sentì Dante
gridare:
– Giuseppe, una biscia. Dietro di te,
scappa!
La reazione fu istantanea. Si mise a
correre, mentre un brivido gli faceva accapponare la pelle. Entrò in casa tutto trafelato, dove nonno
Celso stava rimestando la polenta. La zia Rosina, moglie di Alfonso, sceglieva
le foglie di cicoria da lavare. Lorenzo giocava, in un angolo, con due
macchinine.
– Che cosa è successo? – chiese la donna.
Giuseppe
si lasciò cadere su una sedia impagliata. – Una biscia… qua fuori. Mi correva
dietro.
– Ma va’ – fece la zia, scartando una
foglia ingiallita di cicoria. Nonno Celso scuoteva le spalle, senza lasciarsi
distrarre dal suo lavoro davanti alla fiamma del camino. Gocce di sudore gli
imperlavano la fronte e la testa pelata.
– Dico sul serio – ribadì Giuseppe, che
ancora tremava per lo spavento.
– Non ce ne sono di bisce. – Le parole
del nonno suonavano come una sentenza.
– Eppure… - cercò di controbattere
Giuseppe.
– L’hai vista? – domandò la Rosina,
buttando un mazzetto di fresche foglie d’insalata nello scolapasta di
alluminio.
Cosa avrebbe potuto rispondere, lui?
Effettivamente non l’aveva vista, per il semplice motivo che non si era voltato
indietro. E, pensandoci bene, non aveva neppure udito il sinistro frusciare
della vegetazione.
Giuseppe cominciava a tranquillizzarsi.
L’odore della polenta quasi cotta aveva il potere di rasserenare l’animo.
Poi si udì la voce di Dante, in
lontananza. – Giuseppe, vieni fuori a vedere.
Incrociò lo sguardo del nonno, che disse:
- E vai a vedere!
– Vieni anche tu.
– Sto tarando la polenta, non vedi?
– Vieni anche tu, nonno, ti prego…
Dante continuava a chiamarlo. C’era una
nota beffarda in quella voce.
Il nonno si lasciò convincere e seguì
Giuseppe all’uscio.
Sul praticello c’era un’enorme biscia
nera, lunga almeno quattro metri. Stava immobile con tutte le sue sinuosità
accentuate, pronta a saettare sulla verde distesa.
Giuseppe cacciò un grido e si aggrappò a
una gamba del nonno.
– Non vedi che è il tubo di gomma per
bagnare l’orto?
Allora si udì la risata di Dante. Stava
accovacciato su un ramo del fico. Il suo torso nudo mandava riflessi al sole.
Ma con uno schianto secco il ramo si
spezzò e la risata venne interrotta.
Il ragazzo piombò in un folto cespuglio
di ortiche.
Iscriviti a:
Post (Atom)











