venerdì 14 ottobre 2016
martedì 4 ottobre 2016
SALLUSTIO E BACCALA’ di Giuseppe Novellino
– Rifletti… Quello, “saxa”, è un accusativo
neutro plurale.
Era la settima lezione privata.
Giuseppe sapeva che ci sarebbero stati altri quattro o cinque incontri prima
della fine delle vacanze. Poi avrebbe lasciato il borgo irpino e sarebbe
rientrato nella sua città natale e di residenza, su al Nord, dove lo aspettava
l’esame di riparazione.
Don Alfonso era tarchiato, con
una bella testa pelata e una pancia prominente. Stava in piedi accanto al
tavolino ingombro di libri. Si chinò sul testo della versione e disse ancora:
– Devi rileggere attentamente la frase, così: “Ad hoc mulieres puerique
pro tectis aedificiorum saxa et alia quae lucus praebebat certatim mittere”…
Vedi: è complemento oggetto. – Batté l’indice sulla pagina. Poi si girò verso
la porta dello studiolo, attirato da qualcosa.
Dalla cucina veniva un odorino di olio caldo, aglio e cipolla.
– Carme’ – chiamò all’improvviso, facendo due passi verso l’uscio, - mi
raccomando, non fate bruciare la cipolla. Deve essere appena indorata prima di
calare il baccalà. – Si lasciò cadere su una logora poltroncina, sbuffò e si
tolse gli occhiali dalla pesante montatura. Estrasse dalla tasca della tonaca
un fazzolettone tutto appallottolato, alitò sulle lenti, e con quello le
ripulì.
Giuseppe guardava con un occhio il testo latino e con l’altro don Alfonso,
il quale aveva la testa imperlata di sudore. Dalla finestra spalancata
entravano i rumori del solito viavai nella via Augustale, che attraversava il
paese in tutta la sua larghezza.
– Allora? – fece, senza guardare l’allievo. – Rileggi anche tu, a voce
altra. Così ti rimane in testa.
Giuseppe rilesse la frase, poi ammise:
– È vero: saxa… da saxum, neutro della seconda declinazione.
– Appunto, non devi mai affidarti alla prima impressione. E poi, un
vocabolo come quello dovresti conoscerlo. – Tirò su col naso e guardò ancora
verso la porta. – Eh, sì! Mi era sembrato che avesse messo troppa cipolla. Ma adesso
sento anche l’aglio.
Si alzò con uno scatto e se ne andò in cucina.
Giuseppe lo sentì dare istruzioni alla perpetua.
– Lo spicchio d’aglio ce lo dovete lasciare, per tutta la cottura. Deve
dare il giusto sapore all’olio, mentre cuociono le fette di baccalà. Quante
volte ve lo devo dire, Carme’?
La donna borbottò qualcosa in dialetto stretto che Giuseppe fece fatica
a capire.
Dopo un momento, don Alfonso rientrò nello studiolo. Teneva gli occhiali
in una mano, con il pollice e l’indice dell’altra si premeva la radice del
naso. Disse: – Vai avanti. – Ma subito recitò lui stesso, perché il brano lo
sapeva a memoria: – “Ita neque caveri anceps malum, neque a fortissumis infirmissumo
generi resisti posse…”
Giuseppe seguiva quelle parole sul testo. Costatò ancora una volta che
il prete professore doveva conoscere profondamente quel brano di Sallustio,
forse l’intera opera: “La guerra contro Giugurta”. Ma nello stesso tempo era un
esperto di arte culinaria, almeno per quanto riguardava la ricetta del baccalà.
Questa considerazione gli strappò un sorriso, che cercò di nascondere, tenendo
il capo chino sul libro.
– Bene – disse ancora don Alfonso, – l’ora sta per finire. È quasi
mezzogiorno. Cerca di imbastire la traduzione della nuova frase e poi vattene a
casa… a mangiare pure tu.
Giuseppe si rese conto di avere lo stomaco vuoto. Il profumo che veniva
dalla cucina lo stuzzicava. Pensò che il baccalà di don Alfonso sarebbe stato
particolarmente gustoso e che anche il prete accarezzasse la stessa idea.
Un capolavoro di culinaria, pari almeno alla conoscenza di Sallustio.
giovedì 22 settembre 2016
IL MARESCIALLO E IL PETTIROSSO di Paolo Secondini
Estate 1959.
Il maresciallo sedeva alla sua scrivania nel piccolo ufficio della caserma dei carabinieri. Pigiava, con due dita soltanto, i tasti di una grossa macchina per scrivere.
Faceva un gran caldo quel pomeriggio di luglio e, benché la finestra fosse spalancata e il ventilatore in funzione, l’aria, nella stanza, era afosa e irrespirabile.
Il maresciallo trasse di tasca il fazzoletto e si terse il sudore dalla fronte. Poi lo posò sul ripiano della scrivania: tra poco, sicuramente, gli sarebbe servito di nuovo.
Gli venne voglia di bere una bibita fresca o gustare un gelato al limone – come faceva ogni tanto quando non era in servizio –, ma scosse la testa e, sbuffando, riprese a scrivere a macchina. D’un tratto un cinguettio gli fece voltare la testa a sinistra.
«E tu cosa vuoi?» domandò il maresciallo guardando la piccola gabbia vicino alla finestra. Notò che il canarino sul posatoio se ne stava tranquillo, immobile, col becco chiuso, mentre il cinguettio continuava a invadere l’ufficio. «Sei per caso un ventriloquo?» disse il maresciallo e rise della sua stessa freddura.
Spostato lo sguardo al davanzale della finestra, scoprì che l’autore del cinguettio era un passero, le piume del petto di un rosso-arancione. Evitò movimenti per non spaventarlo.
«E tu chi saresti?» domandò poco dopo in tono suadente. Ma poi, fingendo durezza nella voce: «Non starai per caso organizzando una evasione? Bada che ti arresto, e chiudo in gabbia anche te.»
Incurante dell’uomo, il pettirosso continuò a cinguettare compiendo brevi saltelli sul davanzale.
«Sei davvero un bel tipo, sai?» disse il maresciallo il quale, muovendosi maldestramente, fece scricchiolare la sedia: di colpo l’uccello volò via.
«No, no, no!» gridò, allora, desolato. «Torna indietro, ti prego! Non volevo spaventarti.»
Si alzò e si avvicinò alla finestra; guardò fuori volgendo la testa in ogni direzione, ma il pettirosso sembrava scomparso. Emise un breve sospiro.
Più tardi, pensò, metterò delle briciole sul davanzale. Può darsi che venga a beccarle. Ma mentre tornava alla scrivania sentì nuovamente cinguettare. Si volse dapprima alla piccola gabbia – al cui interno il canarino stava ancora tranquillo, immobile, col becco chiuso –, poi verso la finestra. Vide il passero appollaiato su un ramo di un albero di fronte.
«Ah, manigoldo!» esclamò il maresciallo bonariamente. «Meriteresti davvero che io ti arrestassi. Si può sapere che vuoi?»
Quasi in risposta il cinguettio si fece più alto e melodioso: inconsueto in un pettirosso. Ammirato del canto, il maresciallo poggiò le mani sul davanzale della finestra, gli occhi fissi sul piccolo uccello. Restò in ascolto in quella posizione per qualche tempo.
«Insomma!» disse alla fine crollando le spalle. «Si può sapere che vuoi dal mio canarino? È per lui che sei qui, non è vero?»
Ora gli parve che il cinguettio, crescendo d’intensità, si facesse appassionato, addirittura implorante: un qualcosa che penetrò profondamente nell’anima del maresciallo, con una forza e una dolcezza da scuoterla e carezzarla al tempo stesso. Si sentì come vinto da un’improvvisa, travolgente emozione.
«E va bene, va bene!» esclamò annuendo. «Ho capito.» Si avvicinò alla piccola gabbia e stette, per pochi secondi, a osservare il suo canarino, ancora fermo sul posatoio. Poi sollevò lentamente la mano e aprì la porticina di metallo. «Va’!» disse. «C’è un tuo amico là fuori che ti aspetta. È venuto apposta per te.» Guardò velocemente a destra e a sinistra. «Ma mi raccomando,» aggiunse, con un sorriso sulle labbra, «non si dica in giro che ho fatto evadere un prigioniero.»
Una macchia di giallo sfrecciò, con rumore ovattato, davanti al suo viso. In quel momento il maresciallo provò un senso di felicità come mai aveva avvertito in vita sua.
Il maresciallo sedeva alla sua scrivania nel piccolo ufficio della caserma dei carabinieri. Pigiava, con due dita soltanto, i tasti di una grossa macchina per scrivere.
Faceva un gran caldo quel pomeriggio di luglio e, benché la finestra fosse spalancata e il ventilatore in funzione, l’aria, nella stanza, era afosa e irrespirabile.
Il maresciallo trasse di tasca il fazzoletto e si terse il sudore dalla fronte. Poi lo posò sul ripiano della scrivania: tra poco, sicuramente, gli sarebbe servito di nuovo.
Gli venne voglia di bere una bibita fresca o gustare un gelato al limone – come faceva ogni tanto quando non era in servizio –, ma scosse la testa e, sbuffando, riprese a scrivere a macchina. D’un tratto un cinguettio gli fece voltare la testa a sinistra.
«E tu cosa vuoi?» domandò il maresciallo guardando la piccola gabbia vicino alla finestra. Notò che il canarino sul posatoio se ne stava tranquillo, immobile, col becco chiuso, mentre il cinguettio continuava a invadere l’ufficio. «Sei per caso un ventriloquo?» disse il maresciallo e rise della sua stessa freddura.
Spostato lo sguardo al davanzale della finestra, scoprì che l’autore del cinguettio era un passero, le piume del petto di un rosso-arancione. Evitò movimenti per non spaventarlo.
«E tu chi saresti?» domandò poco dopo in tono suadente. Ma poi, fingendo durezza nella voce: «Non starai per caso organizzando una evasione? Bada che ti arresto, e chiudo in gabbia anche te.»
Incurante dell’uomo, il pettirosso continuò a cinguettare compiendo brevi saltelli sul davanzale.
«Sei davvero un bel tipo, sai?» disse il maresciallo il quale, muovendosi maldestramente, fece scricchiolare la sedia: di colpo l’uccello volò via.
«No, no, no!» gridò, allora, desolato. «Torna indietro, ti prego! Non volevo spaventarti.»
Si alzò e si avvicinò alla finestra; guardò fuori volgendo la testa in ogni direzione, ma il pettirosso sembrava scomparso. Emise un breve sospiro.
Più tardi, pensò, metterò delle briciole sul davanzale. Può darsi che venga a beccarle. Ma mentre tornava alla scrivania sentì nuovamente cinguettare. Si volse dapprima alla piccola gabbia – al cui interno il canarino stava ancora tranquillo, immobile, col becco chiuso –, poi verso la finestra. Vide il passero appollaiato su un ramo di un albero di fronte.
«Ah, manigoldo!» esclamò il maresciallo bonariamente. «Meriteresti davvero che io ti arrestassi. Si può sapere che vuoi?»
Quasi in risposta il cinguettio si fece più alto e melodioso: inconsueto in un pettirosso. Ammirato del canto, il maresciallo poggiò le mani sul davanzale della finestra, gli occhi fissi sul piccolo uccello. Restò in ascolto in quella posizione per qualche tempo.
«Insomma!» disse alla fine crollando le spalle. «Si può sapere che vuoi dal mio canarino? È per lui che sei qui, non è vero?»
Ora gli parve che il cinguettio, crescendo d’intensità, si facesse appassionato, addirittura implorante: un qualcosa che penetrò profondamente nell’anima del maresciallo, con una forza e una dolcezza da scuoterla e carezzarla al tempo stesso. Si sentì come vinto da un’improvvisa, travolgente emozione.
«E va bene, va bene!» esclamò annuendo. «Ho capito.» Si avvicinò alla piccola gabbia e stette, per pochi secondi, a osservare il suo canarino, ancora fermo sul posatoio. Poi sollevò lentamente la mano e aprì la porticina di metallo. «Va’!» disse. «C’è un tuo amico là fuori che ti aspetta. È venuto apposta per te.» Guardò velocemente a destra e a sinistra. «Ma mi raccomando,» aggiunse, con un sorriso sulle labbra, «non si dica in giro che ho fatto evadere un prigioniero.»
Una macchia di giallo sfrecciò, con rumore ovattato, davanti al suo viso. In quel momento il maresciallo provò un senso di felicità come mai aveva avvertito in vita sua.
sabato 17 settembre 2016
LE PIETRE VERDI di Peppe Murro
Da qui è fuggito ogni dio.
Quanti degli uomini hanno
vinto, dietro di sé hanno lasciato le ossa bianche ed urlanti degli sconfitti:
nessuna pietà ha accompagnato il silenzio di queste cime, le rocce squadrate, i viali tesi al cielo vicino; nessun silenzio
verrà mai spezzato.
Abbiamo visto sangue e
sudore, e il grido muto dei rassegnati, la gioia breve della festa e il ballo
del flauto andino.
E poi l'Inca e dopo di lui
gli uomini di ferro venuti dal mare, coi loro cuori di pietra e le parole di
musica e vento.
Fu ancora sangue e sudore,
e il vento che spazzava via il sole dalle nostre case di pietra verde; il vento, a sorvegliare i morti con le sue
carezze di dimenticanza.
Poi, lentamente, il silenzio, sceso piano,
come folate di nubi dalle cime fino all'ultima valle.
Non ci fu altro suono che la frustata delle
piogge o la carezza della primavera.
Restiamo solo noi, stesi
prudenti sulle pietre e sul muschio a rubare il sole coi nostri occhi verdi di
ramarro, a guardare negli occhi altri occhi curiosi e attenti di ramarro.
sabato 3 settembre 2016
LE BISCE di Giuseppe Novellino
Erano molte le probabilità di incontrare
una biscia. Eppure, fino a quel momento, a Giuseppe non era capitato.
Dopo un giugno capriccioso, con
quell’alternanza di periodi torridi e umide rinfrescate, la vegetazione era
diventata lussureggiante. Ma la maturazione dell’uva procedeva un po’ a
rilento. Nonno Celso diceva che “il pittore” era pigro nel passare fra i filari
a colorare gli acini.
Adesso era luglio, le giornate stabilmente
calde e soleggiate.
– Non ce ne sono di bisce, qua intorno –
lo rassicurava il nonno, mentre strappava le erbacce sui terrazzamenti del
vigneto. Eppure Giuseppe, ossessionato dall’idea di imbattersi in una di quelle
creature striscianti, voleva avere delle certezze. Le parole del nonno non lo
tranquillizzavano del tutto, perché erano in contrasto con quelle di Dante, il
figlio dello zio Alfonso. Dante era un ragazzo di diciassette anni, alto e un
po’ magro, capelli neri che portava con un ciuffo alla moda. Stava spesso a
torso nudo, indossando blue jeans aderenti e scoloriti. Si atteggiava a
teddy-boy. Doveva essersi accorto delle paure di Giuseppe, e così si divertiva
a stuzzicarlo.
– Ce ne sono nel bosco, ma anche nelle
vigne – diceva. E un giorno precisò: – Ne ho vista una nella vigna dello zio
Elia. Era bella lunga, nera con dei riflessi verdastri. E sai cosa aveva sulla
testa? Due corna. L’ho vista uscire da un buco tra i sassi del muretto.
L’immagine di quel rettile cornuto aveva
impressionato il piccolo Giuseppe, che se lo sognò anche di notte. Naturalmente
non aveva messo più piede nel podere dello zio Elia.
Quell’estate, Giuseppe aveva posto dei
limiti ai suoi giochi. Per paura delle bisce, appunto. Lorenzo, il fratello di
sette anni, non aveva quel pensiero. Saltava le siepi e i ruscelli, senza
timore di incontrare o calpestare una serpe. Lui, invece, con i suoi due anni
di più, era diventato consapevole di quella presenza inquietante. Sapeva che
nei luoghi più incolti, ma anche nei campi, e perfino vicino alle case, ci si
poteva imbattere in uno di quei rettili schifosi. Il solo pensiero gli faceva
correre un brivido lungo la schiena.
Un giorno il nonno gli disse:
– Giuseppe, ho lasciato il cappello sotto
il fico dello zio Elia. Vai a prendermelo.
Ma l’idea di scendere lungo la folta siepe
che costeggiava il piccolo pendio erboso gli incuteva un certo timore. Perciò
fece un giro più lungo, attraversando il prato sul lato opposto, dove l’erba
era stata da poco falciata.
Evitava la vegetazione troppo folta,
perché in essa si poteva nascondere l’insidia strisciante.Per tutta quell’estate, un giorno sì e uno
no, nonno Celso portò con sé a Castione i due nipotini. Lavorava nella sua
vigna, ma pure aiutava i fratelli Alfonso ed Elia. Si sentiva utile anche nel
badare ai due bambini, che toglieva dall’ambiente cittadino per alleviare la
figlia che doveva curare la piccola Elisabetta e Marco di tre mesi.
Giuseppe era consapevole del menage,
sapeva della fatica che sopportavano i suoi genitori. Quindi ubbidiva al nonno
e trascorreva allegramente le giornate in campagna. Ma se non ci fosse stata
quella ossessionante paura delle bisce, il suo godimento sarebbe stato di certo
maggiore.
Stava attraversando il declivio erboso
(standosene però sempre lontano dalla siepe incolta), quando sentì Dante
gridare:
– Giuseppe, una biscia. Dietro di te,
scappa!
La reazione fu istantanea. Si mise a
correre, mentre un brivido gli faceva accapponare la pelle. Entrò in casa tutto trafelato, dove nonno
Celso stava rimestando la polenta. La zia Rosina, moglie di Alfonso, sceglieva
le foglie di cicoria da lavare. Lorenzo giocava, in un angolo, con due
macchinine.
– Che cosa è successo? – chiese la donna.
Giuseppe
si lasciò cadere su una sedia impagliata. – Una biscia… qua fuori. Mi correva
dietro.
– Ma va’ – fece la zia, scartando una
foglia ingiallita di cicoria. Nonno Celso scuoteva le spalle, senza lasciarsi
distrarre dal suo lavoro davanti alla fiamma del camino. Gocce di sudore gli
imperlavano la fronte e la testa pelata.
– Dico sul serio – ribadì Giuseppe, che
ancora tremava per lo spavento.
– Non ce ne sono di bisce. – Le parole
del nonno suonavano come una sentenza.
– Eppure… - cercò di controbattere
Giuseppe.
– L’hai vista? – domandò la Rosina,
buttando un mazzetto di fresche foglie d’insalata nello scolapasta di
alluminio.
Cosa avrebbe potuto rispondere, lui?
Effettivamente non l’aveva vista, per il semplice motivo che non si era voltato
indietro. E, pensandoci bene, non aveva neppure udito il sinistro frusciare
della vegetazione.
Giuseppe cominciava a tranquillizzarsi.
L’odore della polenta quasi cotta aveva il potere di rasserenare l’animo.
Poi si udì la voce di Dante, in
lontananza. – Giuseppe, vieni fuori a vedere.
Incrociò lo sguardo del nonno, che disse:
- E vai a vedere!
– Vieni anche tu.
– Sto tarando la polenta, non vedi?
– Vieni anche tu, nonno, ti prego…
Dante continuava a chiamarlo. C’era una
nota beffarda in quella voce.
Il nonno si lasciò convincere e seguì
Giuseppe all’uscio.
Sul praticello c’era un’enorme biscia
nera, lunga almeno quattro metri. Stava immobile con tutte le sue sinuosità
accentuate, pronta a saettare sulla verde distesa.
Giuseppe cacciò un grido e si aggrappò a
una gamba del nonno.
– Non vedi che è il tubo di gomma per
bagnare l’orto?
Allora si udì la risata di Dante. Stava
accovacciato su un ramo del fico. Il suo torso nudo mandava riflessi al sole.
Ma con uno schianto secco il ramo si
spezzò e la risata venne interrotta.
Il ragazzo piombò in un folto cespuglio
di ortiche.
lunedì 29 agosto 2016
IL NUMERO OTTO di Sandra Carresi
Otto
era stato il voto ambito alle superiori; otto era il giorno della nascita di sua
moglie e di suo figlio, in un mese e in un anno diversi; otto era stato il
giorno in cui aveva celebrato il suo unico matrimonio e ancora otto era il suo
numero civico nonché il suo preferito.
Bello,
tondo con due pance, infondeva sicurezza e serenità, ma forse non questa volta.
Il
suo intervento chirurgico era stato programmato proprio l’otto di maggio.
Lui,
ormai avanti con gli anni, non stava bene, tuttavia doveva subire
quell’intervento alla prostata, ingrossata con l’invecchiamento e da poco aggravata
seriamente.
Si
trovava in una cameretta d’ospedale a quattro letti e all’inizio, spaventato
per l’intervento del giorno seguente, fra purghe e medicinali, non aveva fatto
caso, ma quando si alzò per andare in bagno, lesse il numero sopra il lettino:
888.
Turbato,
e ancora più spaventato e fragile pensò:
“Ormai
non ho più dubbi, domani non supererò l’intervento e chiuderò la mia partita
con la vita, il giorno 8 di uno splendido Maggio.”
Era
talmente sicuro di questo che la sera prima recitò le sue preghiere e
raccomandò la sua anima al Creatore, pregandolo di essere, con lui, indulgente.
Il
sole entrava sfacciato in quella cameretta linda e in quel momento solo un
lettino era occupato. Un uomo anziano dormiva; al braccio la flebo in vena
scorreva lenta e precisa.
L’infermiera
entrò con passo leggero, toccò la fronte dell’anziano e sottovoce, voltando la
testa verso la porta, disse alla collega:
“La febbre è passata, finalmente! E’ molto
strano, l’intervento è andato bene, ma è subentrata una febbre alta ed insolita
e il paziente ha sempre dormito.”
Fu
a questo punto che l’uomo aprì gli occhi e vedendo il viso sorridente
dell’infermiera, le chiese:
“Che giorno è oggi? “
L’infermiera
rispose che era il 9 di Maggio, aggiunse che l’intervento era andato bene e che
ieri aveva dormito tutto il giorno e che si era svegliato solo in quel momento.
L’anziano
sorrise e pensò:
“Sono tornato alla luce, da oggi in poi, il
mio giorno preferito, sarà il numero 9.”
Poi,
voltando la testa, si addormentò per sempre.
Forse
il numero 8 si era solo distratto, forse si era impermalito sulla preferenza
dell’anziano al numero successivo, chissà….
Il
mistero dei legami coi numeri, unica cosa certa nella vita, ma forse, non
proprio così matematica come pensiamo che siano.
martedì 23 agosto 2016
NELL’UFFICIO DEL GIUDICE THAYER di Paolo Secondini
Tribunale
di Dedham – Massachussetts. Ufficio del giudice Webster Thayer. 1921.
«Vostro Onore, non c’è stata una sola prova
che abbia dimostrato la colpevolezza del mio assistito Bartolomeo Vanzetti,»
disse l’avvocato Jeremiah McAnarney, sporgendosi alquanto sulla poltrona.
«Affermo lo stesso per
Nicola Sacco, che ho difeso in sostituzione di Freddie Moore,» gli fece eco
William Thompson, con un sigaro avana tra le labbra.
«La polizia,» aggiunse
McAnarney, «ha trovato nelle tasche di Sacco e Vanzetti, al momento del loro
arresto, due pistole che non hanno sparato neppure un colpo, e alcuni volantini
denuncianti la miseria degli operai nelle grandi periferie di Boston e di New
York. Non mi sembrano prove schiaccianti, queste, come invece i giurati hanno
ritenuto, da giustificare una condanna a morte. Non solo, ma alcuni testimoni
hanno decisamente scagionato i due imputati. Mi domando perché sono stati
considerati inattendibili.»
Il pubblico ministero
Frederick Katzmann, che pure fumava un sigaro cubano, fece sentire la sua voce
roca.
«E in base a quali
elementi la giuria popolare avrebbe pronunciato, secondo voi, il verdetto di
colpevolezza? Pregiudizio politico, forse?»
Thompson si voltò a
guardarlo, sbuffando una nube di fumo del suo partagàs.
«È evidente,» rispose,
«che Sacco e Vanzetti sono due capri espiatori, signor Katzmann.»
«Ne siete convinto?»
«Io sono convinto,
invece,» si intromise il giudice Thayer, inarcando un sopracciglio, «che la
loro condanna ha fatto giustizia due volte. Infatti, oltreché per il crimine
commesso, sono stati puniti, sebbene in maniera del tutto casuale, per lo
spirito anarchico e rivoluzionario.»
Sedeva dietro la sua
scrivania, le mani intrecciate sull’addome, spostando lo sguardo dall’uno
all’altro dei due avvocati della difesa.
«Vostro Onore,» replicò
Jeremiah McAnarney, «Bartolomeo Vanzetti ha capeggiato scioperi di operai
miranti a ottenere salari più decenti e migliori condizioni di lavoro. Ma non è
un sovversivo, perché mai, in nessuna circostanza, ha attentato alle leggi o
istituzioni del nostro Paese.»
«Né lo ha fatto il mio
assistito Nicola Sacco,» disse per conto suo William Thompson.
«Signori, signori!»
esclamò Frederick Katzmann, alzando il tono della voce. «Dimenticate che il 15
aprile 1920, nella cittadina di South Braintree, Stato del Massachusetts, è
stato commesso un duplice omicido…»
«Vittime Frederick
Parmenter e Alessandro Berardelli,» si intromise il giudice Thayer,
«rispettivamente cassiere e guarda giurata del Calzaturificio Slaster and
Morrill, presso cui Nicola Sacco aveva lavorato come operaio per lungo tempo.»
McAnarney si alzò di
scatto dalla poltrona e, rosso in viso, si avvicinò alla scrivania del giudice
Thayer.
«Vostro Onore,» disse
con voce vibrante, «vi ripeto che mancano prove a carico di Bartolomeo
Vanzetti.»
«E anche di Nicola
Sacco,» fece William Thompson.
Frederick Katzmann
scrollò la testa. Aveva sulle labbra un sorrisetto ironico.
«Sono stati ritenuti
responsabili e condannati alla sedia elettrica,» disse. «È del tutto inutile,
signori, continuare a discutere su questo caso. Ammiro il vostro temperamento,
ma non mi pare ci sia altro da aggiungere.»
«Tranne che il
processo,» osservò McAnarney, tornando a sedersi in poltrona, «è stato
chiaramente condizionato dalla politica del terrore di Mitchell Palmer, procuratore generale degli Stati Uniti
d’America.»
Il giudice Thayer, con
una espressione severa nello sguardo, batté un pugno sul piano della scrivania.
«Signor McAnarney,»
disse subito dopo, rosso in viso dalla collera, «non accetto da voi
insinuazioni su quanti hanno fatto il loro dovere, vale a dire poliziotti, testimoni,
giurati, pubblico ministero e il sottoscritto. Non ha il diritto di dubitare
dell’assoluta correttezza e obiettività del processo appena concluso.»
«Vostro Onore, non era
mia intenzione mancare di rispetto né a voi né ad altri,» ribatté Jeremiah
McAnarney. «Tuttavia non vi nascondo la mia amarezza per come le cose sono
andate. Ho l’impressione che Sacco e Vanzetti, come poc’anzi affermava il
collega della difesa, siano stati due agnelli sacrificali, la cui condanna
persegue…»
«Un chiaro intento repressivo
contro i nemici, o presunti tali, degli Stati Uniti d’America,» si intromise
Thompson. «Dichiarare colpevoli Sacco e Vanzetti si è reso necessario per
scongiurare…»
«Che cosa, signor
Thompson?» chiese il giudice Thayer, sporgendosi avanti sulla scrivania e
tremando visibilmente nella persona. «Scongiurare il propagarsi del comunismo
nel nostro Paese? La cosiddetta “paura rossa”? È questo che intendete? Se anche
fosse, io penso che sia prioritario e fondamentale il bene assoluto della
nostra Nazione. Credo che la condanna di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sia
stata espressione di coraggio, di lealtà e spirito di patriottismo dei dodici
membri della giuria popolare.» Sbuffò leggermente, poi: «Signor McAnarney,
avete altro da aggiungere?»
«Vostro Onore, a questo
punto vorrei che quanti hanno giudicato colpevoli i nostri assistiti
ricordassero per sempre le parole di Bartolomeo Vanzetti. Leggo testualmente: Io non auguro a un cane, né a un serpente,
né alla creatura più vile della Terra, ciò che ho sofferto per cose di cui non
sono colpevole. Ma la mia convinzione è che sono perseguitato, e quindi soffro,
per quello di cui sono fiero di essere: un radicale e un italiano.»
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