venerdì 6 settembre 2019

IN NOME DELLA LEGGE di Cinzia Baldini

Il cielo è livido di pioggia.
Piccole pozze d’acqua riflettono il via vai delle persone in transito sulla banchina.
Il treno, tra i gemiti convulsi dei freni e i fiotti di calore sprigionati dal ronzante pulsare del suo cuore meccanico, si è appena fermato in stazione.
Il giovane uomo con un agile balzo scende a terra, si guarda attorno incurante delle gocce che, gelide, gli scivolano sul viso e come evanescenti perle decorano la giacca scura della divisa prima di venire assorbite dal tessuto.
Annusa l’aria: “Tre anni!” esclama tra sé. “Sono tre anni che manco da questa città ma il suo odore, il suo sapore, l’aria che l’avvolge è la stessa di sempre. Quella che mi ha salutato quando sono partito” pensa, mentre un nodo di malinconia gli stringe la gola.
Inspira profondamente quasi a volersi ubriacare di quel sapore appena ritrovato, così intimo, così familiare, così struggente.
Afferra la ventiquattrore e a passo deciso si avvia verso l’uscita.
Il piazzale antistante la stazione centrale lo accoglie con il consueto traffico dell’ora di punta.
L’inclemenza del tempo, invece, ha scoraggiato le passeggiate a piedi e solo poche persone infreddolite e nascoste dagli ombrelli camminano spedite sui marciapiedi.
Perso nei suoi pensieri raggiunge il parcheggio dei taxi e quasi meccanicamente entra nel primo della fila.
Stampandosi un’espressione di circostanza sul viso recita a memoria l’indirizzo verso cui è diretto.
Il conducente solleva le mani dal volante e si gira, lo fissa negli occhi per sincerarsi di aver capito bene: «ma è…»
«Lo so!» taglia corto l’uomo con tono educato ma deciso: «Conosco bene la città, ci ho vissuto per qualche anno» aggiunge quasi a voler mitigare la veemenza della sua affermazione.
L’autista, mentre riprende la giusta postura di guida, annuisce col capo.
L’abisso di dolore che ha scorto tra le iridi scure del giovane e la lunga cicatrice che gli deturpa i tratti del volto, lo intimidiscono.
Eppure quei lineamenti tesi che sembrano scolpiti nel granito non gli sono sconosciuti. É convinto di averlo già visto. Ha una buona memoria, ma nonostante i ripetuti tentativi, questa volta la sua mente si rifiuta di collaborare.
L’uomo continua ad arrovellarsi nel tentativo di diradare il velo di foschia in cui è confuso quel ricordo.
Senza replicare ingrana la marcia e si avvia in direzione del luogo richiesto.
Il giovane in divisa scura accoglie con freddezza gli sguardi che di sottecchi il conducente gli lancia dallo specchietto e, affondando completamente nel sedile posteriore, posa la nuca sul poggiatesta, socchiude gli occhi e…
…Il ronzio regolare del motore rallenta improvviso mentre l’auto si incolonna per imboccare la stretta rampa d’accesso dell’autostrada.
La marcia delle auto procede a singhiozzi in un flusso ininterrotto, come sangue pompato nelle arterie da un enorme cuore, finché dopo il casello la fila si fluidifica e scorre veloce, ormai convogliata sul lungo serpentone di nero asfalto.
Un allegro cicaleccio si ripropone alla mente. Volute di fumo accompagnano il gracchiare della radiotrasmittente collegata alla centrale operativa mentre l’abitacolo si ravviva di risate che si alternano a silenzi improvvisi”.
 Rabbrividisce nonostante il tepore che il condizionatore acceso produce all’interno della vettura: “come le soste della Via Crucis” pensa tra sé.
Il mare ammicca lucente oltre il guard-rail, l’aria è tersa e limpida, uliveti e fichi d’india scorrono oltre il parabrezza in un’ordinata disposizione naturale.
Il sole è alto nel cielo e i suoi raggi avvolgono la gioventù, l’entusiasmo, il pulsare di vita racchiusi nell’auto blu che sfreccia veloce sull’asfalto rovente.
L’uomo alla guida osserva il cruscotto ed esclama con sollievo: «Ancora una decina di chilometri ed il turno è finito, il tempo di cambiarmi ed inizio lo straordinario».
«Ma non dovevi correre a casa?» chiede perplesso il collega seduto al suo fianco.
«Appunto! Mio figlio mi sta spettando per fare i compiti di matematica» replica l’uomo, e un lampo di tenerezza e di orgoglio si accende negli occhi concentrati nella guida.
Sorride e, facendo l’occhietto al compagno di lavoro, osserva lo specchietto retrovisore, si schiarisce la voce assumendo un tono burbero: «Ehi, voi due là dietro, cosa avete da complottare? Non è serio fare i piccioncini in servizio! Se non la smettete vi farò rapporto!».
I due giovani seduti sul sedile posteriore si interrompono osservandolo stupiti.
La prima ad aprire bocca è la ragazza: «Ispettore, è colpa mia…» dice preoccupata, spalancando sull’uomo due grandi occhi colore del miele.
«Non vedi che sta scherzando?» La riprende il collega che le siede a fianco e senza farsi notare le poggia, furtivamente, la mano sulla sua.
Alza gli occhi e, convinto di incrociare lo sguardo di lei, increspa le labbra in un sorriso, ma una luce intensa lo abbaglia.
Pensa che il sole sia esploso in un enorme fuoco d’artificio e non fa in tempo a formulare il pensiero che un boato assordante come l’eruzione di un vulcano gli esplode nelle orecchie e la caduta in un tunnel buio ed infinito è l’ultima cosa che la sua mente memorizza…
Il giovane non riesce a trattenere un gemito, quindi si porta le mani sulla fronte ed inizia a massaggiarsi le tempie.
Il conducente della vettura interviene sollecito: «Si sente male? Siamo quasi arrivati ma se vuole ci fermiamo alla prima farmacia».
«No… tutto bene… non c’è bisogno… la ringrazio» risponde l’uomo cercando di nascondere il tremito della voce e osservando, come ipnotizzato, il movimento dei tergicristalli.
Percorrono in silenzio ancora un paio di chilometri finché l’auto accosta dolcemente al marciapiedi e si ferma.
Il giovane è molto pallido.
Scende e inspira intensamente, poi paga la corsa.
Si avvicina ad una bancarella e con calma, come se quel gesto fosse il più importante della sua vita, sceglie dei fiori.
Un mazzo enorme, che a fatica riesce a tenere tra le braccia. Colorato, come l’arcobaleno che sta uscendo da uno squarcio apertosi nel cielo plumbeo, profumato e seducente, come la giovinezza. Vi nasconde il viso e imbocca la strada principale. Pochi metri ed oltrepassato il pesante cancello in ferro battuto, svolta nel piccolo vialetto laterale.
Non un rumore lacera la quieta immobile del luogo, solo un debole sospiro di vento muove le cime dei cipressi secolari.
Accompagnato dallo scricchiolio dei suoi passi sull’acciottolato il giovane in divisa avanza lentamente, alza lo sguardo e la vede.
Trattiene il respiro mentre lei gli sorride con sguardo birichino da sotto il cappello d’ordinanza mettendo in mostra le fossette ai lati delle guance. Con la mano alzata nel caratteristico saluto militare, ostenta fiera ed orgogliosa la divisa in tutto simile a quella di lui.
Il giovane sente il cuore battere all’impazzata come se volesse uscirgli dal petto.
Si inginocchia e le depone l’enorme mazzo di fiori davanti. Con il palmo della mano, si sfiora la cicatrice cercando di cancellare le lacrime che, insolenti e copiose, scendono a lambirgli le gote, poi allunga il braccio e con i polpastrelli accarezza la fotografia.
Il contatto con il marmo gelido gli procura un brivido lancinante e riaccende il dolore sordo e disperato, mai sopito, per il vuoto incolmabile che lo accompagna, ormai, da quel giorno maledetto di tre anni prima.
Le parole fissate con caratteri dorati risaltano nitide sulla lapide rosata e si incidono come un marchio rovente nella sua anima: “Una mano vigliacca ed assassina ha spento per sempre il tuo sorriso e strappandoti a tutti noi che ti amavano ti ha trasformata in un angelo del cielo.
I colleghi del servizio scorte della Polizia di Stato”.
Fuori dal cimitero intanto il tassista è rimasto a pensare. L’espressione malinconica del giovane cliente appena sceso e la dignità del suo comportamento, la profonda sofferenza che ha letto nei suoi occhi, lo hanno colpito e mentre l’osserva avviarsi verso la bancarella dei fiori un flash, come il timido raggio di sole che accompagna lo splendore dell’arcobaleno appena formatosi tra le nuvole gravide di pioggia, gli riporta alla mente un articolo di giornale di qualche anno prima:
“Un grave attentato di chiara matrice mafiosa ha versato, ancora, sangue innocente.
Eroi, loro malgrado, un alto magistrato, il suo autista e quattro poliziotti di scorta caduti nell’adempimento del loro dovere.
Servitori dello Stato che con mezzi insufficienti, retribuzioni inadeguate e sacrifici personali, pagano spesso con la vita, l’abnegazione profusa per garantire l’applicazione della giustizia e il rispetto della legge.
L’alto magistrato è rimasto dilaniato insieme al suo autista, dalla deflagrazione di una potente carica di esplosivo al plastico nascosto sotto la sua auto.
L’attentato è costato la vita anche a tre dei quattro poliziotti, tra cui una donna, che componevano la scorta e che lo seguivano su un’altra vettura.
In condizioni disperate il quarto agente sbalzato fuori dall’abitacolo dallo spostamento d’aria. Attualmente, dopo una difficile e lunga operazione, è in coma nel reparto di rianimazione del Policlinico. Se sopravvivrà rimarrà sfigurato.
L’ispettore lascia la moglie ed un figlio in tenera età, mentre per l’agente sopravvissuto e la poliziotta deceduta, quello dell’attentato sarebbe stato l’ultimo giorno di servizio prima del loro matrimonio”.
 

 

mercoledì 4 settembre 2019

PROCOLO di Paolo Secondini

«Messer Ubaldo, che cosa succede? Per quale motivo tante persone sono raccolte davanti alla chiesa di San Procolo?»
«Non vedete, messer Ludovico? Assistono allo scoprimento di una lapide.»
«Già! Sulla monumentale facciata di una delle chiese più belle di Bologna… A chi è dedicata la lapide?»
«A Procolo, il vecchio campanaro.»
«A Procolo?... Il campanaro della chiesa… di San Procolo?»
«Esattamente!... Ma tacete, vi prego. Si avvicina il momento solenne. Ancora pochissimi istanti… Ecco, ci siamo!»
La lapide venne scoperta, tra il battimano dei presenti.
«C’è una iscrizione,» disse messer Ludovico.  «Vi spiacerebbe leggerla, voi che avete la vista migliore della mia?»
E Ubaldo, con voce tranquilla:
«Si procul a Proculo Proculi campana fuisset, nunc procul a Proculo Proculus ipse foret.»
«Ma…»
«È latino.»
«Lo avevo intuito. Non capisco però che cosa vuol dire.» Una pausa; poi: «So che siete persona assai colta, un insigne professore: vorreste cortesemente tradurmi l’iscrizione?»
E Ubaldo, con molta pazienza:
«Se la campana di San Procolo fosse stata lontana da Procolo, ora lo stesso Procolo sarebbe lontano da San Procolo.»
«Ho compreso ancor meno.»
Ubaldo lo fissò stupito.
«Come? Ignorate la storia del vecchio campanaro?» chiese. «Già, dimenticavo!... Voi vivete a Bologna da pochissimo tempo. Non potete conoscerla.»
«Ma non vi nascondo che sono curioso di saperla.»
«Adesso?»
«Quale momento più adatto?»
Ubaldo annuì lentamente.
«Avete ragione… L’iscrizione riferisce il tragico fatto capitato a Procolo, il quale, mentre suonava le campane, fu colpito alla testa da una di esse. Morì all’istante. Com’era doveroso, il suo corpo fu tumulato nei sotterranei della chiesa di San Procolo, dalla quale, come si legge sulla lapide, il campanaro non ebbe più modo di allontanarsi, proprio come la campana non era riuscita a stare lontana da lui.»

 

 

 

 

 

 

martedì 4 ottobre 2016

SALLUSTIO E BACCALA’ di Giuseppe Novellino


    
  – Rifletti… Quello, “saxa”, è un accusativo neutro plurale.  
      Era la settima lezione privata. Giuseppe sapeva che ci sarebbero stati altri quattro o cinque incontri prima della fine delle vacanze. Poi avrebbe lasciato il borgo irpino e sarebbe rientrato nella sua città natale e di residenza, su al Nord, dove lo aspettava l’esame di riparazione.
     Don Alfonso era tarchiato, con una bella testa pelata e una pancia prominente. Stava in piedi accanto al tavolino ingombro di libri. Si chinò sul testo della versione e disse ancora:    
     – Devi rileggere attentamente la frase, così: “Ad hoc mulieres puerique pro tectis aedificiorum saxa et alia quae lucus praebebat certatim mittere”… Vedi: è complemento oggetto. – Batté l’indice sulla pagina. Poi si girò verso la porta dello studiolo, attirato da qualcosa.
     Dalla cucina veniva un odorino di olio caldo, aglio e cipolla.
     – Carme’ – chiamò all’improvviso, facendo due passi verso l’uscio, - mi raccomando, non fate bruciare la cipolla. Deve essere appena indorata prima di calare il baccalà. – Si lasciò cadere su una logora poltroncina, sbuffò e si tolse gli occhiali dalla pesante montatura. Estrasse dalla tasca della tonaca un fazzolettone tutto appallottolato, alitò sulle lenti, e con quello le ripulì.
     Giuseppe guardava con un occhio il testo latino e con l’altro don Alfonso, il quale aveva la testa imperlata di sudore. Dalla finestra spalancata entravano i rumori del solito viavai nella via Augustale, che attraversava il paese in tutta la sua larghezza.
     – Allora? – fece, senza guardare l’allievo. – Rileggi anche tu, a voce altra. Così ti rimane in testa.
     Giuseppe rilesse la frase, poi ammise:  – È vero: saxa… da saxum, neutro della seconda declinazione.
     – Appunto, non devi mai affidarti alla prima impressione. E poi, un vocabolo come quello dovresti conoscerlo. – Tirò su col naso e guardò ancora verso la porta. – Eh, sì! Mi era sembrato che avesse messo troppa cipolla. Ma adesso sento anche l’aglio.
     Si alzò con uno scatto e se ne andò in cucina.
     Giuseppe lo sentì dare istruzioni alla perpetua.
     – Lo spicchio d’aglio ce lo dovete lasciare, per tutta la cottura. Deve dare il giusto sapore all’olio, mentre cuociono le fette di baccalà. Quante volte ve lo devo dire, Carme’?
     La donna borbottò qualcosa in dialetto stretto che Giuseppe fece fatica a capire.
     Dopo un momento, don Alfonso rientrò nello studiolo. Teneva gli occhiali in una mano, con il pollice e l’indice dell’altra si premeva la radice del naso. Disse: – Vai avanti. – Ma subito recitò lui stesso, perché il brano lo sapeva a memoria: – “Ita neque caveri anceps malum, neque a fortissumis infirmissumo generi resisti posse…”
     Giuseppe seguiva quelle parole sul testo. Costatò ancora una volta che il prete professore doveva conoscere profondamente quel brano di Sallustio, forse l’intera opera: “La guerra contro Giugurta”. Ma nello stesso tempo era un esperto di arte culinaria, almeno per quanto riguardava la ricetta del baccalà. Questa considerazione gli strappò un sorriso, che cercò di nascondere, tenendo il capo chino sul libro.
     – Bene – disse ancora don Alfonso, – l’ora sta per finire. È quasi mezzogiorno. Cerca di imbastire la traduzione della nuova frase e poi vattene a casa… a mangiare pure tu.
     Giuseppe si rese conto di avere lo stomaco vuoto. Il profumo che veniva dalla cucina lo stuzzicava. Pensò che il baccalà di don Alfonso sarebbe stato particolarmente gustoso e che anche il prete accarezzasse la stessa idea.
     Un capolavoro di culinaria, pari almeno alla conoscenza di Sallustio.
    
 

giovedì 22 settembre 2016

IL MARESCIALLO E IL PETTIROSSO di Paolo Secondini



Estate 1959.
Il maresciallo sedeva alla sua scrivania nel piccolo ufficio della caserma dei carabinieri. Pigiava, con due dita soltanto, i tasti di una grossa macchina per scrivere.
Faceva un gran caldo quel pomeriggio di luglio e, benché la finestra fosse spalancata e il ventilatore in funzione, l’aria, nella stanza, era afosa e irrespirabile.
Il maresciallo trasse di tasca il fazzoletto e si terse il sudore dalla fronte. Poi lo posò sul ripiano della scrivania: tra poco, sicuramente, gli sarebbe servito di nuovo.
Gli venne voglia di bere una bibita fresca o gustare un gelato al limone – come faceva ogni tanto quando non era in servizio –, ma scosse la testa e, sbuffando, riprese a scrivere a macchina. D’un tratto un cinguettio gli fece voltare la testa a sinistra.
«E tu cosa vuoi?» domandò il maresciallo guardando la piccola gabbia vicino alla finestra. Notò che il canarino sul posatoio se ne stava tranquillo, immobile, col becco chiuso, mentre il cinguettio continuava a invadere l’ufficio. «Sei per caso un ventriloquo?» disse il maresciallo e rise della sua stessa freddura.
S
postato lo sguardo al davanzale della finestra, scoprì che l’autore del cinguettio era un passero, le piume del petto di un rosso-arancione. Evitò movimenti per non spaventarlo. 

«E tu chi saresti?» domandò poco dopo in tono suadente. Ma poi, fingendo durezza nella voce: «Non starai per caso organizzando una evasione? Bada che ti arresto, e chiudo in gabbia anche te.»
Incurante dell’uomo, il pettirosso continuò a cinguettare compiendo brevi saltelli sul davanzale.      
«Sei davvero un bel tipo, sai?» disse il maresciallo il quale, muovendosi maldestramente, fece scricchiolare la sedia: di colpo l’uccello volò via.
«No, no, no!» gridò, allora, desolato. «Torna indietro, ti prego! Non volevo spaventarti.»
Si alzò e si avvicinò alla finestra; guardò fuori volgendo la testa in ogni direzione, ma il pettirosso sembrava scomparso. Emise un breve sospiro.
Più tardi, pensò, metterò delle briciole sul davanzale. Può darsi che venga a beccarle. Ma mentre tornava alla scrivania sentì nuovamente cinguettare. Si volse dapprima alla piccola gabbia – al cui interno il canarino stava ancora tranquillo, immobile, col becco chiuso –, poi verso la finestra. Vide il passero appollaiato su un ramo di un albero di fronte.
«Ah, manigoldo!» esclamò il maresciallo bonariamente. «Meriteresti davvero che io ti arrestassi. Si può sapere che vuoi?»
Quasi in risposta il cinguettio si fece più alto e melodioso: inconsueto in un pettirosso. Ammirato del canto, il maresciallo poggiò le mani sul davanzale della finestra, gli occhi fissi sul piccolo uccello. Restò in ascolto in quella posizione per qualche tempo.
«Insomma!» disse alla fine crollando le spalle. «Si può sapere che vuoi dal mio canarino? È per lui che sei qui, non è vero?»
Ora gli parve che il cinguettio, crescendo d’intensità, si facesse appassionato, addirittura implorante: un qualcosa che penetrò profondamente nell’anima del maresciallo, con una forza e una dolcezza da scuoterla e carezzarla al tempo stesso. Si sentì come vinto da un’improvvisa, travolgente emozione.
«E va bene, va bene!» esclamò annuendo. «Ho capito.» Si avvicinò alla piccola gabbia e stette, per pochi secondi, a osservare il suo canarino, ancora fermo sul posatoio. Poi sollevò lentamente la mano e aprì la porticina di metallo. «Va’!» disse. «C’è un tuo amico là fuori che ti aspetta. È venuto apposta per te.» Guardò velocemente a destra e a sinistra. «Ma mi raccomando,» aggiunse, con un sorriso sulle labbra, «non si dica in giro che ho fatto evadere un prigioniero.»
Una macchia di giallo sfrecciò, con rumore ovattato, davanti al suo viso. In quel momento il maresciallo provò un senso di felicità come mai aveva avvertito in vita sua.

 
 

 

sabato 17 settembre 2016

LE PIETRE VERDI di Peppe Murro

Da qui è fuggito ogni dio.
Quanti degli uomini hanno vinto, dietro di sé hanno lasciato le ossa bianche ed urlanti degli sconfitti: nessuna pietà ha accompagnato il silenzio di queste cime,  le rocce squadrate,  i viali tesi al cielo vicino; nessun silenzio verrà mai spezzato.
Abbiamo visto sangue e sudore, e il grido muto dei rassegnati, la gioia breve della festa e il ballo del flauto andino.
E poi l'Inca e dopo di lui gli uomini di ferro venuti dal mare, coi loro cuori di pietra e le parole di musica e vento.
Fu ancora sangue e sudore, e il vento che spazzava via il sole dalle nostre case di pietra verde;  il vento, a sorvegliare i morti con le sue carezze di dimenticanza.
Poi, lentamente, il silenzio, sceso piano, come folate di nubi dalle cime fino all'ultima valle.
 Non ci fu altro suono che la frustata delle piogge o la carezza della primavera.
Restiamo solo noi, stesi prudenti sulle pietre e sul muschio a rubare il sole coi nostri occhi verdi di ramarro, a guardare negli occhi altri occhi curiosi e attenti di ramarro.

sabato 3 settembre 2016

LE BISCE di Giuseppe Novellino

Erano molte le probabilità di incontrare una biscia. Eppure, fino a quel momento, a Giuseppe non era capitato.
Dopo un giugno capriccioso, con quell’alternanza di periodi torridi e umide rinfrescate, la vegetazione era diventata lussureggiante. Ma la maturazione dell’uva procedeva un po’ a rilento. Nonno Celso diceva che “il pittore” era pigro nel passare fra i filari a colorare gli acini.
Adesso era luglio, le giornate stabilmente calde e soleggiate.
– Non ce ne sono di bisce, qua intorno – lo rassicurava il nonno, mentre strappava le erbacce sui terrazzamenti del vigneto. Eppure Giuseppe, ossessionato dall’idea di imbattersi in una di quelle creature striscianti, voleva avere delle certezze. Le parole del nonno non lo tranquillizzavano del tutto, perché erano in contrasto con quelle di Dante, il figlio dello zio Alfonso. Dante era un ragazzo di diciassette anni, alto e un po’ magro, capelli neri che portava con un ciuffo alla moda. Stava spesso a torso nudo, indossando blue jeans aderenti e scoloriti. Si atteggiava a teddy-boy. Doveva essersi accorto delle paure di Giuseppe, e così si divertiva a stuzzicarlo. 
– Ce ne sono nel bosco, ma anche nelle vigne – diceva. E un giorno precisò: – Ne ho vista una nella vigna dello zio Elia. Era bella lunga, nera con dei riflessi verdastri. E sai cosa aveva sulla testa? Due corna. L’ho vista uscire da un buco tra i sassi del muretto.
L’immagine di quel rettile cornuto aveva impressionato il piccolo Giuseppe, che se lo sognò anche di notte. Naturalmente non aveva messo più piede nel podere dello zio Elia.
Quell’estate, Giuseppe aveva posto dei limiti ai suoi giochi. Per paura delle bisce, appunto. Lorenzo, il fratello di sette anni, non aveva quel pensiero. Saltava le siepi e i ruscelli, senza timore di incontrare o calpestare una serpe. Lui, invece, con i suoi due anni di più, era diventato consapevole di quella presenza inquietante. Sapeva che nei luoghi più incolti, ma anche nei campi, e perfino vicino alle case, ci si poteva imbattere in uno di quei rettili schifosi. Il solo pensiero gli faceva correre un brivido lungo la schiena.
Un giorno il nonno gli disse:
– Giuseppe, ho lasciato il cappello sotto il fico dello zio Elia. Vai a prendermelo.
Ma l’idea di scendere lungo la folta siepe che costeggiava il piccolo pendio erboso gli incuteva un certo timore. Perciò fece un giro più lungo, attraversando il prato sul lato opposto, dove l’erba era stata da poco falciata.
Evitava la vegetazione troppo folta, perché in essa si poteva nascondere l’insidia strisciante.Per tutta quell’estate, un giorno sì e uno no, nonno Celso portò con sé a Castione i due nipotini. Lavorava nella sua vigna, ma pure aiutava i fratelli Alfonso ed Elia. Si sentiva utile anche nel badare ai due bambini, che toglieva dall’ambiente cittadino per alleviare la figlia che doveva curare la piccola Elisabetta e Marco di tre mesi.
Giuseppe era consapevole del menage, sapeva della fatica che sopportavano i suoi genitori. Quindi ubbidiva al nonno e trascorreva allegramente le giornate in campagna. Ma se non ci fosse stata quella ossessionante paura delle bisce, il suo godimento sarebbe stato di certo maggiore.
Stava attraversando il declivio erboso (standosene però sempre lontano dalla siepe incolta), quando sentì Dante gridare:
– Giuseppe, una biscia. Dietro di te, scappa!
La reazione fu istantanea. Si mise a correre, mentre un brivido gli faceva accapponare la pelle.  Entrò in casa tutto trafelato, dove nonno Celso stava rimestando la polenta. La zia Rosina, moglie di Alfonso, sceglieva le foglie di cicoria da lavare. Lorenzo giocava, in un angolo, con due macchinine.
– Che cosa è successo? – chiese la donna.
Giuseppe si lasciò cadere su una sedia impagliata. – Una biscia… qua fuori. Mi correva dietro.
– Ma va’ – fece la zia, scartando una foglia ingiallita di cicoria. Nonno Celso scuoteva le spalle, senza lasciarsi distrarre dal suo lavoro davanti alla fiamma del camino. Gocce di sudore gli imperlavano la fronte e la testa pelata.
– Dico sul serio – ribadì Giuseppe, che ancora tremava per lo spavento.
– Non ce ne sono di bisce. – Le parole del nonno suonavano come una sentenza.
– Eppure… - cercò di controbattere Giuseppe.
– L’hai vista? – domandò la Rosina, buttando un mazzetto di fresche foglie d’insalata nello scolapasta di alluminio.
Cosa avrebbe potuto rispondere, lui? Effettivamente non l’aveva vista, per il semplice motivo che non si era voltato indietro. E, pensandoci bene, non aveva neppure udito il sinistro frusciare della vegetazione.
Giuseppe cominciava a tranquillizzarsi. L’odore della polenta quasi cotta aveva il potere di rasserenare l’animo.
Poi si udì la voce di Dante, in lontananza. – Giuseppe, vieni fuori a vedere.
Incrociò lo sguardo del nonno, che disse: - E vai a vedere!
– Vieni anche tu.
– Sto tarando la polenta, non vedi?
– Vieni anche tu, nonno, ti prego…
Dante continuava a chiamarlo. C’era una nota beffarda in quella voce.
Il nonno si lasciò convincere e seguì Giuseppe all’uscio.
Sul praticello c’era un’enorme biscia nera, lunga almeno quattro metri. Stava immobile con tutte le sue sinuosità accentuate, pronta a saettare sulla verde distesa.
Giuseppe cacciò un grido e si aggrappò a una gamba del nonno.
– Non vedi che è il tubo di gomma per bagnare l’orto?
Allora si udì la risata di Dante. Stava accovacciato su un ramo del fico. Il suo torso nudo mandava riflessi al sole.
Ma con uno schianto secco il ramo si spezzò e la risata venne interrotta.
Il ragazzo piombò in un folto cespuglio di ortiche.